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Democrazia e libertà d’informazione

 

Qualsiasi cittadino italiano che abbia letto la Costituzione, approvata il 27 dicembre 1947 dall’Assemblea Costituente sa che in un paese libero e degno di questo nome, o che almeno aspira ad esserlo come l’Italia di cui facciamo parte, l’autonomia e il pluralismo dell’informazione sono valori essenziali. La libertà di espressione è linfa vitale di ogni democrazia. E “nessuna democrazia-per usare le parole del premio Nobel Amartya Sen-dotata di libera stampa-ha mai sofferto una carestia. E non è un caso che i due principali contendenti attuali alle primarie del Partito Democratico, cioè Giuseppe Civati e Gianni Cuperlo, ha mai sofferto una carestia.  Non a caso i due candidati, dei quali abbiamo riportato il nome, hanno nominato  i capitoli principali per superare una situazione come quella attuale che definire cattiva e deplorevole sarebbe ancora il meno. Accenniamo  al conflitto di interessi che è sempre in piedi, a una normativa antitrust, che non esiste ancora, e impedisce l’abuso inaccettabile di posizioni dominanti (RAI e MEDIASET, per non fare nomi) e ancora il diritto alla trasparenza, al comportamento dell’AGCOM, ad Internet (rispetto al quale è necessario colmare il ritardo sull’agenda digitale e il divario strutturale tra il NORD e il SUD).

E ancora  la precarietà della professione giornalistica, le querele infondate e temerarie e gli oltre trecento giornalisti minacciati nel 2013 con particolare quelli che si occupano di criminalità. Chi per alcuni anni- come chi scrive- ha fatto come propria professione principale il giornalista, lavorando in grandi giornali come il Tempo di Roma e  La Stampa di Torino, sa che non è facile oggi che un quotidiano o un settimanale possa liberarsi di tutti i condizionamenti economici, politici o addirittura psicologici si profilano in una qualsiasi azienda giornalistica, e in particolare in un Paese come il nostro dove i canali televisivi hanno conquistato, nel momento decisivo, l’egemonia indiscutibile  sul mercato delle notizie sicché la conclusione che se ne deve trarre  nei primi anni del nuovo secolo, il ventunesimo per l’esattezza,  è che i due mezzi nel nostro Paese, pur con le proprietà differenti da cui dipendono non sono in grado di garantire un effettivo pluralismo .Ed è proprio questo che rischia di creare difficoltà sempre maggiori a quella che deve potersi definire come una democrazia repubblicana moderna e capace di contenere opinioni diverse secondo-questo è ovvio- un metodo democratico.

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