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Marzabotto

 

Ora che l’eccidio di Gaza volge al termine, così almeno sperano tutte le persone capaci di sentire su di sé  il dolore degli altri, una riflessione, per quanto possibile piana,  s’impone. Una riflessione che vorrei condividere anche con chi – rispetto al conflitto israelo-palestinese – si schiera su posizioni diverse dalle mie. Unico requisito richiesto, per ipotizzare un ragionamento condiviso, è l’onestà di pensiero riguardo ad alcuni principi basilari, come il riconoscimento dei pilastri della cultura democratica, così come è andata concretizzandosi nella seconda metà del “900 con la Dichiarazione dei diritti umani, e la certezza che questi siano validi erga omnes.

Ci sono fatti oggettivi, in questo mese e mezzo di massacri, la cui semplice osservazione non avrebbe bisogno di parole per potersi trasformare in denuncia. Ma quel “dire superfluo”, fatto di parole scientemente usate per commentare i fatti, è riuscito a trasformare l’oggettività in opinione e all’opinione ha applicato orpelli capaci di manipolare la percezione della realtà fino a giustificare, se non addirittura ad assolvere, il colpevole del massacro, garantendogli in tal modo la continuazione del suo progetto di sterminio senza incorrere in sanzioni. Anzi, l’autore delle stragi, cioè le forze di occupazione israeliane, hanno ottenuto supporto morale e incremento di mezzi di sterminio, nonostante Netanyahu avesse già dichiarato che uso  avrebbe fatto di tali mezzi. Se ci fosse un tribunale di Norimberga, sarebbero in tanti a sedere sul banco degli imputati insieme ad Israele. Sicuramente ci sarebbero gli Usa, che hanno svuotato i propri arsenali passandone il contenuto al proprio alleato, ma neanche l’Italia ne uscirebbe bene, perché anche alle armi italiane è attribuibile l’eliminazione di un buon numero di bambini e di adulti inermi uccisi per la strada, a scuola, in casa, in ospedale, al parco.

Dopo alcuni episodi particolarmente feroci, il segretario delle Nazioni unite ha fatto sentire la sua voce, dapprima in modo tiepido, quindi in modo determinato, ma era solo la voce, e Israele, tenendo fede all’origine del proprio nome[1] ha tenuto testa all’Onu e ha mostrato la propria irriducibilità ad ogni legge che non fosse auto-generata aumentando la violenza contro i civili e compiendo  premeditatamente, secondo le stesse dichiarazioni Onu, stragi particolarmente odiose che hanno visto, tra gli altri, bambini straziati nel sonno o nella fuga disperata.

Ma facciamo un brevissimo excursus di come sono andate le cose. Tutto è proseguito (lo so che dovrei dire è iniziato, ma in questo “conflitto” l’inizio è molto lontano ed ogni massacro è il proseguimento di una serie di torti mai sanzionati, quindi tutto è proseguito) dall’evento epocale che lo scorso mese di aprile ha visto finalmente le forze politiche palestinesi provare una riconciliazione e tentare un governo di unità nazionale. Israele, inserendosi negli affari interni dello Stato di Palestina (tale è ufficialmente dal 29 novembre 2012) ha interrotto i negoziati con l’Autorità palestinese pretendendo che l’unità nazionale, che Fatah e Hamas avevano stabilito di perfezionare entro 5 settimane, non avesse a concretizzarsi.

Proprio dopo circa cinque settimane si verifica l’episodio, tuttora oscuro, della strana scomparsa di tre giovani ebrei nella zona a sud di Hebron, zona controllata da Israele, dove è estremamente improbabile che una vettura palestinese possa essere entrata per commettere il cosiddetto rapimento.

In seguito alla scomparsa dei tre ragazzi Israele blocca la Cisgiordania, i palestinesi non possono più avere neanche quella limitata libertà di circolazione che era loro concessa fino a qualche giorno prima. L’esercito di occupazione inizia una vergognosa e illegale campagna di arresti arbitrari di giovani e giovanissimi, ma anche di adulti, compresi deputati e ministri di Hamas. Il mondo tace. Israele uccide diverse persone, compresi dei bambini, in varie città della Cisgiordania, ma nonostante la violenza delle sue azioni, l’illegalità dell’occupazione e i crimini che l’accompagnano, seguita ad essere considerato l’unica democrazia del Medio Oriente. A giustificare  i suoi ultimi crimini ci pensano stampa e Tv che ripetono, senza neanche concedersi il beneficio del dubbio,  che Hamas ha rapito i tre giovani ebrei. Hamas non ha voce in capitolo, inutile che seguiti a dichiararsi estranea, Israele ha decretato una colpevolezza senza prove e una punizione senza tribunale. Per di più collettiva e pagata dall’intera popolazione considerata nemica. I nostri mass media supportano le sue decisioni ripetendo come sentenza passata in giudicato la colpevolezza di Hamas.

La geografia purtroppo non sempre sostiene i nostri giornalisti e, grazie alle loro informazioni geograficamente vaghe, l’italiano medio si convince che da Gaza uomini di Hamas siano andati a sud di Hebron per effettuare il rapimento. Come nelle favole, il passaggio non crea problemi: si sorvola sul fatto che Gaza sia assediata e che nessuno possa uscirne, e che seppure qualcuno ci riuscisse dovrebbe attraversare Israele per arrivare in Cisgiordania. Quindi dovrebbe entrare in una zona sotto esclusivo e pesante controllo dell’esercito e della polizia israeliani posti lì a tutela degli insediamenti  di coloni armati e particolarmente violenti. Una volta entrato dovrebbe andare a rapire tre poveri giovani, due dei quali già hanno prestato servizio militare per alcuni mesi e si sono fatti fotografare con la preda bendata, e sottomessa al loro mitra. Ma tutto questo i nostri media non lo dicono, come seguitano a non dire che non ci sono prove del coinvolgimento di Hamas. Intanto Abu Mazen, per agevolare la polizia israeliana nelle ricerche dei tre ragazzi, offre l’aiuto della polizia palestinese, a costo di inimicarsi il suo stesso popolo che in questa collaborazione vede una sottomissione, peraltro inutile, all’occupante.

Nel frattempo Israele uccide, durante i suoi rastrellamenti – che evocano ricordi terribili da metà “900 – uccide senza doverne rendere conto a nessuna autorità internazionale: nessuno glielo chiede! I rastrellamenti comportano  centinaia di sequestri di persona sbrigativamente e impropriamente definiti arresti (senza prove d’accusa). In 18 giorni vengono arrestate alcune centinaia di persone e il mondo tace o ripete la colpevolezza di Hamas che, pur senza prove a suo carico, serve a giustificare ogni ulteriore sospensione del diritto. La scelta religiosa di Hamas diventa di per sé una condanna di terrorismo e questo riesce a tacitare chiunque abbia poca dimestichezza col diritto internazionale e molta dipendenza dai microfoni TV.

Il ritrovamento dei cadaveri dei tre giovani, a poche centinaia di metri dal luogo della loro scomparsa, e in avanzato stato di putrefazione, in quanto si scoprirà che erano stati ammazzati immediatamente, consentirà a Netanyahu e al  vice ministro della difesa di promettere che “la fine tragica dei tre ragazzi deve essere anche la fine di Hamas”.

Oggi sappiamo che Netanyahu era informato del fatto che Hamas fosse estraneo all’episodio e che i tre ragazzi erano stati uccisi immediatamente, ma il suo deliberato silenzio, ovvero le sue menzogne, alimentano una campagna d’odio che porterà a deliranti minacce sul web, al pestaggio di molti bambini e ragazzi palestinesi da parte di coloni, pestaggi ovviamente rimasti impuniti; all’uccisione per investimento volontario di almeno una bambina, all’invito sul web ad uccidere un arabo ogni ora, alle deliranti parole della parlamentare  Ayelet Shaked che invita a uccidere le donne palestinesi in età fertile in quanto fattrici di terroristi; al rapimento di un sedicenne palestinese, torturato, costretto a bere benzina e poi bruciato vivo da parte di fanatici israeliani. Ma Netanyahu ha giurato che Hamas dovrà sparire e inizia, cioè prosegue, ma inizia con maggiore intensità, a bombardare Gaza. Hamas risponde con un massiccio lancio di missili. Missili che in tutta l’operazione uccideranno per fortuna solo 2 o 3 persone, ma la paura in Israele è tanta e ce ne danno conto i nostri inviati speciali tra i quali spicca la A.M. Esposito di Rainews24 che realizza servizi di oltre 20 minuti per raccontare la paura di queste povere e belle ragazze ebree che devono correre al rifugio quando suona l’allarme. Pare che i bambini israeliani siano terrorizzati dalle sirene e tutti noi siamo chiamati a partecipare a quest’angoscia. Non c’è servizio televisivo che non inizi puntando il dito contro i missili che partono da Gaza, trasformando la reazione all’assedio e all’aggressione, in azione di provocazione contro Israele che, come logica conseguenza, ha il diritto di difendersi.

Ogni tanto, in questo mese e mezzo di orrori, un episodio supera gli altri. Il massacro di Shajaya per esempio, fa pensare alla strage di My Lai, qualcuno pronuncia l’impronunciabile: “rappresaglia in stile nazista” messa in atto per rispondere all’uccisione dei primi soldati israeliani. Israele rischia di bruciare la sua immagine, ma i media intervengono, il presidente Obama, padrino di Netanyahu, richiama all’ordine il suo pupillo invitandolo a “non esagerare” e aggiungendo l’immancabile diritto a difendersi che copre ogni crimine trasformandolo in colpa lieve.

Per un’inspiegabile ragione, non c’è giornalista televisivo che azzardi il diritto dei palestinesi a difendersi rispetto al loro potentissimo aggressore. Il pretesto dei tre poveri ragazzi rapiti ormai non serve più e se ne cerca un altro. La strage di Shajaya viene presto dimenticata. Le centinaia di missili lanciati dalla Jihad non sono più i razzi da capodanno, la resistenza palestinese ha affinato le sue armi. Ma chiamarla resistenza è un lusso che può comportare un licenziamento in tronco, meglio chiamarlo terrorismo. Del resto la Storia ci ha consegnato tante storie di veri eroi definiti banditi, così come quelle di tanti banditi diventati uomini di stato e poi considerati eroi, quindi non vale la pena, ora, soffermarci su questo punto. I missili invece sono  importanti. Il loro numero sembra inesauribile. Vengono considerati armi di attacco contro il pacifico stato di Israele e non di risposta alle aggressioni quotidiane dei missili israeliani lanciati dai droni o dagli F16, o rivolta e denuncia estrema contro l’illegalità dell’assedio che strozza la Striscia di Gaza da sette anni. Al contrario,  il loro continuo lancio fornisce un “valido” motivo per proseguire lo sterminio dei gazawi anche se, per fortuna, Israele possiede un sistema di difesa che riesce quasi sempre a neutralizzare in volo i razzi nemici. Ma la linea mediatica resta immutata:  Hamas produce terrore sparando missili sulla popolazione israeliana e perciò stesso è terrorista. Lo era già in quanto movimento confessionale di religione islamica, ma questo lo conferma e qualcuno, tra cui la stessa Onu, ne propone  l’incriminazione per crimini di guerra anche se le vittime civili ascrivibili ad Hamas sono soltanto due.

Ma il peso specifico non è solo un argomento della fisica, lo è anche della politica e lo diventa anche nella morale comune. Noi, figli della seconda metà del “900, siamo cresciuti su libri di storia che ci hanno fatto provare orrore per le rappresaglie basate su un diverso peso specifico tra uomo e uomo, eppure ci troviamo di fronte a una riedizione, in forma aggiornata e raffinata di tale orrore, ma ne abbiamo neutralizzato la consapevolezza grazie all’ottimo lessico politico-mediatico che definisce “reazione sproporzionata” anche la più orrenda delle rappresaglie. Qui entrambi i termini favoriscono il proseguimento delle stragi: il sostantivo perché lascia intendere che Israele reagisca e, quindi, si difenda. L’aggettivo perché riduce a un problema di quantità quello che invece è un’azione comunque criminale. Tale infatti sarebbe, se il soggetto agente non fosse Israele, il bombardamento di scuole, ricoveri dell’Onu, orfanotrofi, ospedali ecc. pur senza un così spaventoso numero di vittime civili.

I media nostrani non devono sforzarsi troppo, possono usare tutti le stesse parole, al resto pensa la bravura della propaganda israeliana. Già Edward Said, una dozzina di anni fa aveva rilevato che nella seconda intifada erano stati i mezzi di comunicazione a determinare con una potenza straordinaria l’andamento del conflitto ed aveva aggiunto che, poiché molti “boss dell’editoria sono forti sostenitori di Israele, il compito non è stato difficile”. Del resto, a proposito di gioco con le parole capace di distorcere i fatti al punto di rovesciare la realtà, è significativo il servizio del settimanale L’Espresso il quale, nel momento in cui sono stati appurati oltre 1800 morti palestinesi tra cui 400 bambini e oltre 9000 feriti di cui molti non sono altro che morti in differita, il tutto a fronte di 66 morti israeliani di cui 63 militari, in un titolo a pagina doppia scrive “IL DELIRIO OMICIDA DI HAMAS….GLI ERRORI DI ISRAELE”.  I fatti sono lì: 1800 + 9000 contro 66, eppure il delirio omicida, per Wlodek Goldkorn, esperto di ebraismo, appartiene ad Hamas. Il direttore, Bruno Manfellotto, con l’approvazione del titolo avalla la posizione del giornalista. E i crimini contro l’umanità (in senso “umano” prima che giuridico) dell’indifendibile Israele sfumano in dissolvenza dietro il sostantivo astratto plurale “errori”.

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Altri esempi che verranno consegnati alla sociologia del linguaggio e un giorno, forse, saranno  oggetto di analisi che non farà onore ai portavoce della mistificazione mediatica, li possiamo ricavare dalla burlesca dichiarazione unilaterale e a singhiozzo della tregua umanitaria da parte di Israele. Sicuramente la più esilarante (se dietro non ci fosse tanto sangue innocente) è la dichiarazione di tregua a pelle di leopardo, cioè solo dove non sono in corso operazioni militari né vi sono già posizionati i mezzi dell’artiglieria occupati altrove. Questa dichiarazione non ha fatto impallidire l’inviata Rai mentre la comunicava agli spettatori. Non ha temuto il ridicolo mentre parlava di tregua solo là dove Israele non sta già combattendo. Forse è entrata nelle parte tanto bene da non rendersi conto dell’assurdità di quanto stava riferendo e, altrettanto bene, ha riportato la decisione “incomprensibile” di rifiuto da parte di Hamas. A questo rifiuto si è alzato il coro, ricorrente come una ola da stadio, dei media che condannano i dirigenti di Hamas accusandoli  di utilizzare i civili per mantenere il potere. Di utilizzarli come scudi umani, di non concedere loro la tregua generosamente offerta da Israele. Il copione si è ripetuto più volte. Grazie anche all’inviata Rai, lo spettatore si è abituato all’idea che una tregua può essere definita tale anche se applicata solo là dove comunque non si combatte,  e a nulla valgono, in quanto non trasmesse al popolo televisivo, le parole di giornalisti o intellettuali israeliani come Gideon Levy, Adam Keller, Amira Hass, Norman Filkenstein, Richard Falk, Uri Avnery e quel folto benché minoritario gruppo di ebrei israeliani, italiani e di tutto il mondo che gridano “vergogna” a Netanyahu e ai suoi sostenitori.

Ma il senso di questa riflessione non è la condanna da parte mia (che do per scontata) dei crimini israeliani. Non è certo neanche la condanna di Hamas, formazione politica con la quale tuttavia non ho alcuna contiguità di pensiero e di cui so bene quanto la sua crescita sia stata favorita da Israele in funzione anti OLP. Ma non posso condannare Hamas, né alcun palestinese della Striscia, a qualunque formazione politica appartenga, perché il diritto di difendersi e di denunciare al mondo l’assedio illegale e le violenze ordinarie (non solo quelle di questo periodo) commesse da Israele, che ha reso Gaza un immenso campo di concentramento, forniscono ad ogni gazawo il diritto ad agire contro il suo assediante. Basterebbe applicare il diritto internazionale per rendersi conto che Israele è da deferire a tutti i tribunali e non solo al tribunale Russel che può condannare ma non può dare altre sanzioni che quelle morali.

Ma tutto questo sembra sfuggire all’attenzione dei nostri media i quali seguitano a fare l’eco alle rivendicazioni israeliane che, andando con ordine, 1) dalla rottura dei negoziati utilizzando strumentalmente la riconciliazione tra forze palestinesi, 2) alla scomparsa dei tre giovani israeliani, 3) all’arresto di oltre cinquecento palestinesi senza prove d’accusa, 4) all’uccisione di ragazzi e bambini durante i rastrellamenti, 5) alla scoperta ufficiale della morte dei ragazzi scomparsi, 6) all’aggressione massiccia con bombardamenti dal cielo e dal mare per fermare i razzi di Hamas, 7) al massiccio attacco da terra per spezzare la resistenza o, per dirla con il linguaggio israeliano adottato dai media “per sconfiggere il terrorismo”, 8) al lanciare false tregue unilaterali e rifiutare quelle chieste dai mediatori, 9) alla dichiarazione di ritiro delle truppe di terra “dopo aver finito il lavoro”,  sono sempre state accompagnate dalla violazione della legalità internazionale, sia per l’uso di armi vietate come le “dime”, sia per gli obiettivi scelti e le modalità, particolarmente crudeli, con cui sono stati colpiti.

La forza delle parole giuste a servizio di una causa ingiusta può essere devastante per ogni comunità che, senza rendersene conto, scivola nella perdita della propria umanità immolando  “all’emergenza” quei valori che dovrebbero essere irrinunciabili e inalienabili. Così abbiamo sentito ripetere la storia degli scudi umani, forse creata ad arte per demonizzare Hamas, ma non abbiamo mai sentito dire da nessuno dei nostri giornalisti della stupidità di Hamas che, se realmente pensa di servirsi di scudi umani deve farlo con chi all’umanità ci crede e la rispetta e non con chi quegli “scudi” li macella senza pietà. Se Hamas avesse sperato di salvare le vite dei suoi militanti nascondendoli dentro un orfanotrofio, o mettendo i bambini sul tetto,  chi sarebbe maggiormente e orrendamente feroce? Chi spera di fermare in quel modo la morte dei suoi uomini o chi non tiene conto della vita, tanto ha un basso peso specifico, e uccide bambini, donne, vecchi inermi senza un filo di umanità?

Potrei dilungarmi sulla differenza strumentale tra soldato e miliziano (spesso sinonimo di terrorista) essendo la qualifica non relativa alla gravità delle azioni compiute, bensì alla regolarità della divisa indossata, che non sempre è possibile avere. Ma mi torna alla mente la frase pronunciata da un “miliziano” algerino nel film di Pontecorvo che ha fatto conoscere a milioni di persone la lotta per l’indipendenza algerina. La famosa “Battaglia di Algeri” in cui i “terroristi” potevano rispondere alle sofisticate armi francesi solo col terrore. Il terrore non lo condivido, né moralmente né politicamente. Ma cosa rispondere all’affermazione del “terrorista” che ha visto massacrare migliaia di suoi compagni dalle armi sofisticate del suo occupante, quando sotto tortura e accusato di terrorismo risponde “dateci i vostri elicotteri da combattimento e noi vi daremo i nostri cestini”? A questo porta la negazione dei diritti di un popolo, e chi finge di non saperlo non è solo complice dell’occupante, ma è anche complice della risposta violenta alla violenza dell’occupante.

È su questo che m’interessa riflettere con chi difende comunque Israele. Io non difendo comunque Hamas, ma in questo caso, così come durante i precedenti massacri di gazawi, lo difendo. Chi difende comunque Israele mi terrorizza per i danni che produce oltre l’inaccettabile massacro dei palestinesi.

La gara a difesa dell’indifendibile, mi porta a pensare agli anni terribili studiati nelle ultime pagine dei libri di storia. I giornalisti succubi, o imbavagliati o collusi mi spaventano più dell’esercito di occupazione israeliano. I politici sudditi dei padroni del mondo non mi spaventano meno. Sentire il presidente del Consiglio Renzi, nel suo discorso al Cairo in cui doveva essere super partes, ordinare ad Hamas di liberare immediatamente il soldato “rapito”, dimenticando che in un’operazione di guerra un soldato è “catturato” e non rapito e, per di più, farlo ignorando le quasi 2000 vittime palestinesi prevalentemente innocenti, fa suonare il  terribile campanello d’allarme contro il razzismo. Il soldato non era né rapito né catturato, era morto in battaglia, ma questo il ministro Renzi non lo sapeva. Non di meno le sue parole riportano a quel diverso peso specifico tra umano e umano che rappresenta un passo  pesante, benché involontario, lungo un percorso  sotterraneo e inconsapevole, ma proprio per questo particolarmente subdolo, che va a concludersi nel razzismo. Un percorso sotterraneo che c’investirà tutti, anche se in quest’occasione mortifica solo il popolo palestinese rendendolo di fatto inferiore, al punto che 1800 morti e 9000 feriti civili, valgono meno di un solo militare israeliano, al quale si restituisce tutta la sua umanità di ragazzo ventitreenne degno di un lungo e commovente servizio in Tv. Si sorvola sul fatto che era un soldato e andava per uccidere, ma si acquisisce come unica e giusta la versione israeliana: il giovane morto è un eroe.

La pietas umana che le nefandezze israeliane non sono riuscite a spegnere in me, mi fa provare dispiacere per questa morte come per le altre. Ma questo giovane è morto mentre andava ad uccidere per una causa ingiusta: conservare l’assedio di una popolazione. Il responsabile della sua morte, dunque,  non è il miliziano che l’ha ucciso, è il suo governo che l’ha mandato a combattere per perpetrare una grave violazione del Diritto universale. Se neghiamo l’evidenza e la ricostruiamo a difesa di uno stato rappresentato da un governo oggettivamente fascista (pur nell’accezione ampia del termine) stiamo giustificando il cammino verso la barbarie che c’investirà tutti.

In questa, che speriamo sia l’ultima fase di un’operazione di immenso dolore umano e di gravissimo comportamento politico e militare, Netanyahu ha deciso, al di fuori del tavolo dei mediatori, e non per caso, ha deciso unilateralmente che l’esercito di terra si ritira. Per un attimo noi, donne e uomini sensibili al dolore del mondo, abbiamo gioito. Ma è durato un attimo. Poi sono arrivate le notizie della ritirata. Altri dieci morti, un’altra scuola presa d’assalto, altri morti, altri bambini uccisi. Sono oltre 400, ma non hanno diritto alla ricostruzione della loro vita come il giovane militare ucciso mentre andava per uccidere. Sono troppi. E poi, che si sa di loro? Non hanno lo stesso valore dei loro coetanei, di quelli che vivono oltre il muro della grande prigione a cielo aperto, hanno un peso specifico diverso.

Intanto l’esercito si ritira. La Tv ci fa vedere i soldati felici che cantano. Ma Netanyahu ha detto che “deve finire il lavoro”. Il lavoro è lo smantellamento dei tunnel che passano sotto al muro che assedia i gazawi. Se non ci fosse l’assedio i tunnel non avrebbero senso di esistere e questo Netanyahu lo sa e lo sanno anche i media che non lo dicono.  Ma mentre l’esercito si ritira passa per i villaggi della Striscia, così come l’esercito tedesco ritirandosi, settant’anni fa, passava per i villaggi di Monte Sole. Ai soldati che hanno fatto il massacro di Shajaya

era stato detto “andate e vendicate” i vostri commilitoni. L’hanno fatto. Cosa avrà detto o fatto dire Netanyahu alle truppe in ritirata, visto che arrivano notizie di altre stragi?

Cosa leggeranno i bambini palestinesi e quelli israeliani nei loro libri di storia tra qualche anno? Ci sarà una Marzabotto palestinese a chiudere quest’ultimo massacro? Se i signori che amano Israele comunque riuscissero a fermare Netanyahu, forse i bambini e gli adulti israeliani di domani non avranno un motivo in più per vergognarsi del loro passato. I giornalisti di oggi, a parte qualche rarissimo esempio, dovranno invece vergognarsi sempre, ma forse per mantenere il loro posto la vergogna l’hanno eliminata dai loro sentimenti e anche dalle loro emozioni.

Se la legalità internazionale finalmente farà il suo corso i  gazawi non avranno più motivo di scavare tunnel. In caso contrario quei tunnel li scaveranno ancora e quando riusciranno a uscire saranno feroci, e tutti li dovremo chiamare “terroristi” perché diffonderanno sicuramente il terrore: ogni uomo braccato e ancora ricco della sua dignità di uomo può generare terrore. Anche i versi finali di una splendida poesia di Darwish lo dicono: “ Io non odio la gente/ né ho mai abusato di alcuno. ma se divento affamato/ La carne dell’usurpatore diverrà il mio cibo./Prestate attenzione!/Alla mia collera/Ed alla mia fame!”

E allora, senza ipocrisie, e guardando oggettivamente i fatti, non possiamo non dire che a Gaza è l’assedio l’origine del male. E’ l’occupazione di territorio palestinese in tutta la Palestina che deve finire. Liberare il popolo palestinese da questo masso di oppressione, tanto  crudele quanto illegale, significa dare una vera chance alla Pace, quella giusta e non quella cui si riferiva Tacito parlando di antichi massacri consegnati alla Storia come  conquiste.



[1] Israel è il nome acquisito da  Giacobbe dopo aver combattuto e vinto contro Dio

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