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La Rai, bene comune degli italiani. Ma deve tornare ad ascoltare i bisogni dei cittadini.

 

C’era un tempo in cui la Rai assolveva pienamente al suo ruolo di servizio pubblico. Un’intera generazione di italiani si è abbeverata a questa fonte straordinaria di informazione e di comunicazione fino a imparare un modo migliore di parlare e di socializzare. Negli anni la Rai ha gradualmente perso la sua funzione di servizio pubblico senza intaccare, almeno fino ad oggi, il suo ruolo di Bene comune. Ed è evidente soprattutto oggi, nel pieno di una pesante crisi economica e nel pieno di una crisi dei partiti politici e del loro ruolo. Della Rai, nonostante il suo riposizionamento sul piano commerciale, nessuno può più farne a meno. La Rai è diventata un po’ come l’acqua, necessaria, indispensabile.
E come l’acqua e come ogni bene comune va sottratta dagli interessi privati dove per privato non si intende solo la impresa commerciale, che pure deve poter disporre di un proprio ruolo, ma anche degli interessi singoli a cui purtroppo la Rai, attraverso la politica, è ancora troppo spesso assoggettata. E allora, proprio perchè ha abdicato alla sua missione di servizio pubblico e proprio perché, nonostante tutto, resta un bene comune, indispensabile e di proprietà pubblica occorre, una volta per tutte e nel più breve tempo possibile, alla vigilia della scadenza del contratto di concessione,  avviare una riforma capace di rispondere ai mutati bisogni dei cittadini che restano i suoi principali azionisti. La logica della tripartizione, come giustamente sostiene il segretario della Fnsi, Franco Siddi, va superata. E oggi pluralismo non significa più ascoltare le diverse istanze dei partiti presenti in Parlamento, ma significa, complici anche le molteplici forme di innovazione tecnologica, dare voce ai cittadini e ai loro bisogni. Ecco perchè bene fa Articolo 21 a lanciare pubblicamente una prima proposta di riforma provando a condividerla con i cittadini, ad allargare il dibattito, ad accogliere nuove idee e proposte come quelle racchiuse nel concorso “Una nuova carta d’identità per la Rai”. Ma la grandissima partecipazione dei cittadini al disegno della nuova Rai non deve rappresentare un alibi per lasciare tutto com’è. Oggi il tempo degli alibi è finito. E se la Rai non avvia un cammino di cambiamento, rischia seriamente di perdere il suo ruolo di bene comune con un grande rischio per il futuro di tanti colleghi, di tanti operatori, di tanti impiegati e soprattutto per la coesione culturale e sociale del nostro Paese e dei suoi cittadini.