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Federico Orlando, oppositore di tutti i conformismi

 

Federico Orlando era un giornalista, un intellettuale e un signore d’altri tempi. Si definiva “liberaldemocratico” e, diversamente dai tanti sedicenti tali, lo era per davvero. Chi, come il sottoscritto, l’ha avuto condirettore al Giornale e poi alla Voce,ha sperimentato dal vivo il significato profondo di quella che oggi appare come un’etichetta vuota. Ma che, per lui, era una missione di vita, professionale e intellettuale. Simpatizzante del Pli di Malagodi, negli anni 70 fu con Montanelli e pochi altri sulle barricate (culturali, si capisce) contro il conformismo culturale di sinistra. E negli anni 90 fu naturale per lui opporsi al nuovo conformismo montante: quello della presunta destra targata Arcore. Anche se, si capisce, toccò anche a lui, come a Montanelli e a tutti i montanelliani, l’accusa di aver voltato gabbana ed essersi venduto alla sinistra. Lo ricordo nel 2002-2003 appassionato come un ragazzino nelle battaglie dei girotondi contro le leggi vergogna e gli editti bulgari del Caimano, che concretizzò fondando con Beppe Giulietti e altri l’associazione Articolo21 e tenendo alta la bandiera di una cultura – quella liberale – divenuta pressochè clandestina proprio quando tutti a parole cominciavano a sventolarla. Sullo scorcio del 1993, in pieno braccio di ferro Montanelli-Berlusconi, ero vicecorrispondente del Giornale dal Piemonte e le mie cronache sul Giornale del processo a Cesare Romiti per le tangenti e i falsi in bilancio della Fiat suscitarono le vibrate proteste di Casa Agnelli, culminate nella convocazione di Federico nel sancta sanctorum di Corso Marconi a Torino. Lì prima Romiti e poi l’Avvocato gli chiesero gentilmente di non farmi più scrivere del loro processo, promettendo in cambio aiuto. Orlando tornò a Milano e riferì a Montanelli, che non solo decise che avrei continuato a occuparmi dello scandalo Fiat, ma lo pregò di non dirmi niente di quelle pressioni, perchè non ne fossi influenzato. Infatti non ne seppi mai nulla, finchè Federico non raccontò l’episodio due anni dopo nel suo libro “Il sabato andavamo ad Arcore”. Non so quanti altri direttori e condirettori, specialmente oggi, si comporterebbero così. Anche per questo è stato un onore e un privilegio lavorare con lui.

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