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Perché un altro libro su Danilo Dolci

 

In un periodo, che è difficile non definire triste e buio per la nostra repubblica, uno storico siciliano che ha fatto della sua abitazione a Partinico, non lontano da una ex capitale come Palermo (la città, ricorderà qualcuno, dove è ambientato Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa) un notevole archivio di documenti sulla storia di Cosa Nostra e dei Servizi segreti occidentali, ha preso carta e penna e si è messo a scrivere un libro su Danilo Dolci (Piantare uomini, Danilo Dolci sul filo della memoria).  Non è il primo (e non sarà l’ultimo, possiamo giurarlo) ma ha il sapore di non essere un divertimento letterario perché è stato scritto da un siciliano che conosce anche il fascino di Trieste e dei paesi dell’Est, visto che Dolci (per chi non lo ricordasse) era nato a Sesana, in provincia di Trieste che ora è territorio sloveno e che, dal punto di vista culturale, è stato sempre legato a quella cultura slava, espressa negli anni in cui il sangue misto di Dolci, figlio di una donna slovena molto religiosa e di un ferroviere  siciliano agnostico, era fortemente legato. Una volta adulto, Dolci sarebbe andato a Roma per studiare Architettura alla Sapienza, fare conoscenze importanti come quella con Bruno Zevi e con Franco Alasia, prima di stabilirsi a Trappeto,  e quindi a Partinico, nella  Sicilia Occidentale, e dedicarsi alla sua singolare attività di animazione sociale e di lotta politica, scegliendo fino alla morte nel 1997, con coraggio e coerenza, gli strumenti della non violenza.  La sua non fu una vita facile né priva di contrasti anche duri nell’Italia di quegli anni. Basta ricordare che la sua attività di denuncia del fenomeno mafioso e degli stretti rapporti con la classe politica dirigente di quegli anni in Sicilia e a livello nazionale portò Dolci, con Alasia,  a denunciare i deputati Calogero Volpe e Bernardo Mattarella, quest’ultimo allora ministro, entrambi della Democrazia Cristiana, (in due libri che si ricordano ancora: Spreco e Chi  gioca solo del 1966 ). I due autori della denuncia saranno processati per diffamazione e verranno condannati dopo un processo durato sette anni e soltanto un’amnistia, frequente in quel periodo, eviterà loro la detenzione.
Una caratteristica di fondo, che emerge con chiarezza dall’ottimo libro di Casarrubea, è il suo metodo di lavoro: Dolci è convinto che nessun vero cambiamento di opinione possa prescindere dalla partecipazione diretta degli interessati e per questo coinvolge pescatori e contadini alla sua battaglia in modo diretto, tanto da costruire una diga sul fiume Jato che avrebbe avuto conseguenze positive importanti per lo sviluppo economico della zona e per la lotta al fenomeno mafioso che di quella situazione approfittava.  Ma, come dicevo all’inizio, Dolci apparve, in quegli anni cinquanta, a certi personaggi e a certi ambienti come un pericoloso sovversivo. Il cardinale di Palermo, arcivescovo Ernesto Ruffini, in un’omelia del 1964 indicò i discorsi sulla mafia (e i libri di Leonardo Sciascia, of course), il romanzo Il Gattopardo e Danilo Dolci come le tre cause che maggiormente contribuivano a disonorare la Sicilia. Nel libro di Giuseppe Casarrubea (Castelvecchi editore, pp. 370, 22 euro)  c’è un ultima pagina da segnalare ai lettori ed è costituita dalle due del 1963 e del 1965 alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla mafia in cui Dolci spiega in maniera originale e molto personale le ragioni della nascita e del successo – in tanti decenni –  dell’associazione mafiosa siciliana.

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