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Dell’Utri mafioso e i successi di Cosa Nostra

 

Qualche giorno fa scrissi un breve articolo, mettendo insieme alcune novità poco piacevoli emerse in alcuni processi in corso contro Cosa Nostra siciliana.Oggi  forse dobbiamo aggiungere l’inattesa assoluzione di Nino Madonia per l’omicidio, più di trent’anni fa(il 6 novembre 1981)  del chirurgo Sebastiano Bosio da parte dell’associazione siciliana, nonostante testimonianze in questo senso dei collaboratori  Mannoia e Di Carlo che, per altre vicende, sono stati giudicati più volte attendibili.

E’ probabile che la procura palermitana ricorra e, dunque, la lunga storia non è ancora finita. Ma una buona notizia c’è per chi spera ancora che la mafia, come disse Falcone, come tutte le cose degli uomini, avendo avuto un inizio possa avere anche una fine, è la pubblicazione delle ragioni che hanno portato il 9 maggio 2014 della condanna definitiva per sette anni di carcere   dell’ex senatore di Forza Italia, Marcello Dell’Utri.

Già perché quella condanna, arrivata dopo un lungo processo(e quando mai non lo sono nel nostro Paese?), getta una luce almeno in parte nuova su un pezzo della storia italiana che interessa chi in anni lontani ha scelto quel mestiere e ancora non se ne pente. I giudici della Cassazione hanno detto finalmente con chiarezza quello che, con  un certo sprezzo per così dire del pericolo, alcuni studiosi(tra i quali chi scrive) avevano già non solo ipotizzato, ma indicato con una forte approssimazione sulla base di notizie emerse da altri processi riguardanti l’ascesa rapida e di grande successo dell’ex cavaliere di Arcore.

Dell’Utri che sta scontando la sua pena nel carcere di Parma(che ospita anche, come è noto, l’ex capo dei capi Salvatore Riina, è stato almeno per un ventennio, dal 1974 all’anno 1994 quando Berlusconi è asceso alla guida del suo primo governo populista, è stato il garante dell’accordo stipulato tra l’imprenditore di Arcore e i vertici di Cosa Nostra. In quegli anni a Milano i sequestri erano all’ordine del giorno e i boss garantirono a Berlusconi  di piazzare i ripetitori di Canale Cinque in Sicilia e che nessuno dei figli del futuro magnate televisivo fosse rapito dai mafiosi.

Dell’Utri, secondo i giudici, non era soltanto il garante ma, nello stesso tempo, provvedeva ad erogare le somme richieste da Gaetano Cinà.” Queste erogazioni-scrivono i giudici- sono indicative della ferma volontà di Berlusconi di dare attuazione all’accordo al di là dei mutamenti di vertice di Cosa Nostra.” In questo senso l’ex senatore -emerge ancora dalla sentenza- si trovò a svolgere “un ruolo di rilievo per entrambe le parti: l’associazione mafiosa che traeva un costante canale di significativo arricchimento; l’imprenditore, interessato a preservare  la sua sfera di sicurezza personale ed economica.”

I giudici hanno ricordato un episodio che dimostra come Dell’Utri abbia lavorato negli anni settanta per il finanziere Alberto Rapisarda e che, nei primi anni Ottanta-come hanno accertato nel frattempo i giudici di Palermo- “in un incontro che  si svolse a Parigi tra Dell’Utri e i capimafia Bontate e Teresi, fu il futuro senatore chiese ai due boss  venti miliardi di lire per l’acquisto di film da proiettare su Canale 5.”

Questo elemento che la difesa di Berlusconi ancora oggi nega vigorosamente, sembra invece  importante per gli estensori della sentenza della Corte di Cassazione perché dimostrerebbe la “costante proiezione di Dell’Utri fin da allora verso gli interessi dell’amico imprenditore”. In ogni caso, le motivazioni della Cassazione mettono fine a una vicenda che è durata decenni e che fa dell’ex senatore di Forza Italia un uomo decisivo per l’ascesa e forse anche per la permanenza al potere dell’uomo simbolo dei populismi italiani. Non è poco, mi pare, per chiarire i contorni di un passato molto vicino.

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