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Un referendum per scuotere l’Europa

 

Il deposito presso la Corte di Cassazione di quattro quesiti referendari che abrogano alcuni punti rilevanti della legge 243 del 2012, le disposizioni di attuazione della sciagurata normativa sul pareggio di bilancio in Costituzione e sul “fiscal compact”, è un fatto davvero importante. Ne hanno già parlato su queste pagine due dei promotori, Realfonzo e D’Antoni, nonché Stefano Fassina. E’ bene sottolineare che l’iniziativa avviata richiede un impegno straordinario e convinto, in quanto simbolicamente è la “rottura epistemologica” rispetto alle linee liberiste prevalenti nelle destre europee e largamente fatte proprie dalle sinistre storiche. Un sussulto, finalmente. Quando furono approvati i testi in questione, dissentire –è il caso di chi scrive- fu considerato dal gruppo dirigente del partito democratico  “fuori linea”. Quasi un atto eversivo. Non ci fu verso. Persino l’argomento –persino ovvio- che si trattava di un eccesso di zelo, perché lo stesso “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” dell’Unione europea non pretendeva tanto, non risultò convincente. Il voto –i voti, trattandosi di modifica costituzionale- divennero un puro esercizio ideologico, attorno agli obiettivi inderogabili della stabilità e della crisi. Tanto fu ideologica, piuttosto che scientifica, l’analisi allora, quanto repentino (di facciata?) è stato il cambiamento di approccio nell’ultima campagna elettorale per l’Europa. E poi si dice che le ideologie sono morte. Ora, pronunciare “fiscal compact” (vale a dire il rientro forzoso dal debito pubblico con tagli da macelleria ogni anno) o pareggio di bilancio nella Carta costituzionale (misura persino grottesca, oltre che sbagliata) crea imbarazzo. Agli stessi protagonisti della linea dura. Zelig è una metafora. Dunque, via con l’abrogazione referendaria, per evitare qualsiasi ambiguità. E’ l’occasione per parlare con migliaia di persone dell’urgenza di una vera alternativa nelle e delle politiche economiche. E’ anche la premessa per infrangere il muro oscurantista ed insidioso del pensiero unico che anima le culture dominanti in materia, al di là del colore dei governi. C’è un nocciolo duro e trasversale di conformismo diffuso nelle linee che hanno segnato le risposte alla Grande Crisi di inizio millennio, determinata in ultima istanza dalla finanziarizzazione del capitalismo, figlia a sua volta della vittoria –resistibile- dell’ala speculativa dell’economia. E’ indispensabile “fare qualcosa di diverso” , come scrive nel suo “Lo Stato innovatore” Mariana Mazzucato (2014), che evoca un decisivo ridisegno del ruolo pubblico, non semplice aggiunta del mercato, bensì portatore di una visione. Un’altra idea di sviluppo, fondata su istruzione-ricerca-capitale umano e modelli verdi e sostenibili, è la doverosa premessa di una svolta. Di qui passa la ridefinizione di una sinistra moderna, che oggi è soprattutto un coraggioso percorso culturale.

Il referendum non è un “pranzo di gala”. Guai a considerarlo già vinto nell’atto stesso della promozione. Raccogliere le firme e, nell’auspicabile successo della fase preliminare, la campagna vera e propria esigono la delineazione di una proposta alternativa. E, cioè, la costruzione di un disegno economico né conformista né conservatore. Anzi, autenticamente innovatore: riprendendosi semanticamente una terminologia oggi logorata da un uso spesso improprio. L’innovazione non è un brand pubblicitario, bensì il rovesciamento copernicano dell’ordine tolemaico costituito dalle parole e dalle suggestioni classiste del liberismo. Qui hanno perso le sinistre e nell’intreccio perverso tra questo e i populismi si può leggere forse la realtà italiana. Un referendum non basta, ovviamente. Tuttavia, è un’occasione per aprire una nuova fase. E’ augurabile che la proposta scuota la stessa discussione sull’Europa, da ripensare seriamente prima che sia troppo tardi. Ecco, ben vengano i quesiti proposti da un autorevole comitato promotore che, speriamo, si vorrà aprire al contributo di tanti. Anche perché i referendum si fanno per vincerli, non per partecipare. Bello e possibile.

* da “l’Unità”                          

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