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Processo Nuova Alba, le condanne contro “er sistema”

 

di Edoardo Levantini

Venerdi scorso il gup Alessandra Tudino ha rotto un tabù, un tabù che a Roma reggeva da 18 anni: “Roma non operano strutture mafiose ex 416 bis”. Con la sentenza emessa contro Diego Rossi ed altri imputati nel procedimento in rito abbreviato stralciato dal maxi processo contro la mala di Ostia arrivano le condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso. Nella capitale  condanne per mafia non si vedevano dal 1996 quando la corte d’assise, presieduta da Francesco Amato giudice a latere Giancarlo de Cataldo, condannava per 416 bis la Banda della Magliana.  Quella condanna confermata, alcuni anni dopo, anche in appello in cassazione fu smentita: questa “banda” non era associazione mafiosa ma “semplice”. Pochi sanno che i collaboratori di giustizia storici della banda, Abbatino e Mancini, invece ebbero la sentenza definitiva per 416 bis. Era un tabù che resisteva solo nella capitale, nei tribunali “di provincia” e di frontiera, da tempo, la magistratura giudicante ha emesso condanne, confermate in appello e anche in cassazione, per mafia contro i clan della ‘ndrangheta dei Tripodo, dei Gallace e contro il clan dei casalesi. I  giudici dei tribunali di Latina e Velletri si può dire, in un certo senso, sono ben consapevoli del radicamento mafiose e lo scrivono in molte sentenze.

I Fasciani. Il giudizio abbreviato conclusosi con la sentenza del giudice Tudino è solo una piccola parte della maxi inchiesta Nuova Alba scattata all’alba del 26 luglio del 2013 contro i clan Fasciani-Spada e Triassi. Il troncone principale vede tra i principali imputati i Fasciani: don Carmine, Nazzareno detto Garibaldi, Terenzio, la “storica” moglie di don Carmine Silvia Bartoli e il nipote prediletto di don Carmine futuro erede del nome e dell’onore della famiglia Alessandro.Tutti i Fasciani sono nati a Capistrello in Abruzzo oppure a Roma diversamente dai fratelli Vito e Vincenzo Triassi originari dell’agrigentino. L’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Ilaria Calò ed eseguita dagli investigatori della squadra mobile di Roma guidata da Renato Cortese nasce da un grave episodio intimidatorio contro lo stabilimento balneare il Capanno di Ostia del 21 luglio del 2012 e dalle gravi intimidazioni contro Mauro Balini presidente del porto di Ostia ed imprenditore di successo ad ostia. Da lì la mobile rileggendo le carte di tante inchieste del passato, quelle sul ferimento dei fratelli Triassi l’inchiesta Anco Marzio, ha ricostruito, anche grazie all’apporto di un collaboratore di giustizia, Sebastiano Cassia, inserito e radicato in tutti i contesti mafiosi della capitale, la struttura mafiosa dei clan Fasciani Spada e Triassi.

Le inchieste. Dei Fasciani ad Ostia si parla dagli anni ottanta sono molti i processi che subisce don Carmine e la moglie Silvia Bartoli da molti escono indenni “miracolosamente”. Nel  1998 l’inchiesta Blak Beach 1 coordinata dal p.m. Andrea De Gasperis e nel 1999 “Blak beach 2″.Le accusa associazione mafiosa, traffico di droga e usura. Don Carmine sfugge alle manette viene arrestato nel 2000 in Germania con un miliardo di lire in contanti. Don Carmine sta poco in carcere è “malato terminale” dal 1999 al 2013, anno in cui prima di Nuova Alba venne arrestato mentre agli arresti ospedalieri riceveva i suoi sodali. La storia del clan Fasciani ad Ostia è la storia dell’ascesa e del radicamento mafioso a Roma, la storia di un manipolo di uomini e donne, imprenditori criminali che attraverso il metodo mafioso  hanno costruito un impero di terrore,soprafazione e complicità. Ma ad Ostia e a Roma non c’è solo il clan Fasciani ci sono i superstiti della banda della magliana che, negli anni, hanno acquisito un nome, una forza d’intimidazione ed un alone d’indistruttibilità uscendo vittoriosi dai processi istruiti dalla Dda di Roma tra il 2004 e il 2008. Processi istruiti da un pool storico composto da Adriano Iasillo, Lucia Lotti, Roberto Cavallone e Diana De Martino magistrati che ereditarono il testimone delle inchieste di Luigi De Ficchy e Andrea De Gasperis. Per molto tempo nessuno ha ripreso il loro lavoro.Ma oggi a Roma qualcosa è cambiato, a piccoli passi, il procuratore Pignatone e il suo aggiunto Prestipino stanno facendo della lotta alle mafie una priorità della loro azione, attaccando un sistema criminale forse unico in Italia. Una battaglia lunga, dura e difficile perché sono passati troppi anni, troppi anni in cui il fenomeno mafioso è stato sottovalutato da un pezzo delle istituzioni, da larga parte delle forze politiche, da buona parte degli amministratori locali, del mondo economico e produttivo  e dalla società civile. Era il lontano 1991 quando la Commissione parlamentare antimafia scriveva nella sua relazione su Roma e sul Lazio:” Il fenomeno criminale e nel Lazio e in particolare nella Capitale, pur non presentandosi ancora ai livelli delle regioni a più alta densità mafiosa, appare in evidente espansione. La commissione esprime, quindi,un preoccupato allarme e richiama l’attenzione del Governo e del Parlamento su una situazione certamente pericolosa. La criminalità organizzata potendo contare su una grande disponibilità di denaro e su sistemi organizzativi sempre più sofisticati minaccia il tessuto civile, le attività economiche e le amministrazioni pubbliche”. Quell’allarme rimase inascoltato.

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