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La rappresentazione delle realtà da cui provengono i migranti – dalla versione integrata della Linee Guida Carta di Roma

 

Stefania Ragusa, direttrice di Corriere delle Migrazioni, ha contribuito con questo articolo alla nuova versione delle Linee Guida per l’applicazione della Carta di Roma, realizzate nell’ambito del progetto europeo Face2Face che ha curato per l’Italia l’ONG Cesvi.

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La stampa italiana tende a occuparsi di questi Paesi poco, in genere in occasione di disastri o vicende trucide (le presunte streghe arse vive Kenya – http://www1.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200805articoli/33007girata.asp , la carne umana servita in un ristorante nigeriano – http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/nigeria_ristorante_carne_umana_arresti/notizie/524573.shtml ), spesso in modo decontestualizzato e senza verificare le fonti.

La rappresentazione che ne deriva è giocata sempre sugli stessi elementi: miseria, guerra, brutalità, arretratezza culturale. Questo, oltre a rappresentare un giornalismo scadente, contribuisce a approfondire la distanza tra “autoctoni” e “stranieri”. Alimenta, infatti, nel lettore la convinzione che i migranti arrivino da luoghi infausti, miserabili  e selvaggi e che siano quasi delle subpersone.

Parlare dei Paesi di provenienza in modo appropriato, documentarsi su come davvero si viva lì prima di scrivere sciocchezze, oltre a essere un dovere professionale, sarebbe assai utile nella costruzione di un immaginario multiculturale: se a scegliere l’Italia (ricordiamo che la maggior parte dei migranti arriva in aereo e entra regolarmente)  sono persone che provengono da Paesi poveri ma ricchi di cultura, intelligenza e umanità, instaurare una relazione asimmetrica potrebbe essere meno ovvio.

Non si tratta di usare parole  politicamente corrette o negare le criticità, ma proprio di cambiare approccio.

Majority World. Shahidul Alam, un fotografo e intellettuale del Bangladesh, ha proposto che le espressioni third world (terzo mondo) o countries in development (paesi in via di sviluppo) siano sostituite da una più neutra e precisa: Majority World, la parte più estesa del mondo.  E Majority World si chiama un’agenzia che rappresenta fotografi nati e formati nella parte più estesa del mondo, che raccontano i  loro Paesi dal loro punto di vista (http://www.majorityworld.com/en/page/show_home_page.html).

Moltiplicare i punti di  vista, abbandonare l’ottica eurocentrica, è la prima cosa da fare per cogliere le peculiarità dei territori e scoprirne aspetti inediti: le produzioni culturali, i progressi tecnologici e scientifici, le trasformazioni sociali.

Internet La rete può essere un grande alleato in questo senso. Permette di entrare facilmente in contatto con studiosi e giornalisti del Majority World. Persone come queste possono essere utili riferimenti nel caso auspicabile in cui si andasse a vedere con i propri occhi ciò di cui si desidera parlare. Ma anche in occidente ci sono blogger, pubblicazioni di nicchia, istituti di ricerca utili per chi voglia andare oltre le rappresentazioni convenzionali. In Italia, per esempio, da oltre dieci anni è attivo l’ottimo blog Immagine dell’Africa (http://immagineafrica.blog.tiscali.it), che si presenta come “uno spazio per osservare e, se serve  criticare, le rappresentazioni del continente africano”.

 Il problema delle fonti.

Le rappresentazioni convenzionali prosperano grazie a un provincialissimo disinteresse verso il Majority World , e un mix di pigrizia e fretta, che porta a scegliere la via più breve e comoda. Ossia riprendere lanci di agenzie e/o raccogliere acriticamente  informazioni non sempre complete ed esaustive da operatori delle organizzazioni umanitarie attive sul campo. Un esempio per chiarire. Su sollecitazione di alcune ong, la stampa italiana ha dato spazio, negli anni scorsi, al fenomeno delle donne acidificate in Bangladesh. Il problema è serio ma, in termini percentuali, contenuto: riguarda annualmente  poco più dello  0,0001 per cento della popolazione. Se la notizia fosse stata presentata in questi termini, l’eco mediatica sarebbe stata scarsa e il ritorno per le ong minimo. Consapevolmente o meno, se n’è dunque parlato come se il lancio dell’acido fosse il modo ordinario di risolvere le dispute amorose in Bangladesh (cosa che non è). Le ricadute sulla percezione dei migranti bangladesi sono facilmente immaginabili.

Stefania Ragusa

Da cartadiroma.org

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