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Carditello: minacciateci tutti, non solo Bray

 

“Se entri ancora a Carditello, sei morto”: le ombre della Reggia continuano ad allungarsi su chiunque si interessi alla real delizia vanvitelliana in Terra dei Fuochi. In primis su Massimo Bray, l’ex ministro che riuscì in pochi mesi a fare quello che in 12 anni nessuno aveva saputo – o voluto – fare: far tornare la Reggia nelle mani dello Stato. Un’ardire che non gli è stato perdonato, se ieri, a Caserta, Bray – conosciuto per le sue improvvisate in bicicletta -, è stato costretto ad arrivare con la scorta dopo aver ricevuto una lettera di minaccia.

Che ci siano interessi criminali attorno a Carditello non è una novità. La  residenza borbonica è stata per lungo tempo vandalizzata e saccheggiata: sono stati staccati gli affreschi dai muri, divelte le mattonelle e persino sradicati gli scaloni di marmo, nell’indifferenza generale. E chi ha lottato contro questa situazione come Tommaso Cestrone, un volontario della protezione civile che per anni ha custodito la Reggia, non ha avuto vita facile. Anche lui era stato minacciato: gli avevano lanciato una bomba carta a casa, incendiato la roulotte, ucciso le pecore. Ma non aveva mai smesso di combattere: ogni giorno su Facebook denunciava lo sversamento di nuovi rifiuti, di nuovi roghi appiccati in questa terra bellissima e avvelenata. “Sono sempre solo”, scriveva la notte di Natale, da Carditello, poco prima di morire, a 48 anni. Nessuno ha mai chiesto l’autopsia, per il medico legale è stato un infarto. Eppure, evidentemente, dava fastidio anche da morto, Tommaso, se un mese dopo qualcuno – sfregio estremo – ha incendiato la sua fattoria. Dava fastidio perché era simbolo di legalità: aveva rinunciato anche alla sua vita privata pur di presidiare Carditello 24 ore su 24, con quella leggera ossessione di chi sa ancora credere in un’utopia.

Ed è lo stesso motivo per cui oggi anche Bray dà fastidio. Perché attira l’attenzione su un luogo a lungo dimenticato, cancellato dalle mappe istituzionali, ma localizzato a 7 chilometri da Casal di Principe, quel lembo di terra sul quale i casalesi hanno fatto il bello e il cattivo tempo e che oggi registra una tra le più alte concentrazioni di tumori. I giornalisti in questi anni ne hanno scritto e parlato, se ne sono occupate le trasmissioni d’inchiesta – Domenico Iannacone su I dieci comandamenti, Riccardo Iacona con Presa Diretta -; i giornalisti locali non hanno mai smesso di raccontare questo connubio d’arte e di camorra: Nadia Verdile su Il Mattino, Salvatore Minieri con i suoi video su Youtube hanno denunciato situazioni che non sono però mai riuscite ad assumere quella dimensione di rilevanza nazionale di cui avrebbero avuto bisogno. Con Tommaso, con Bray, questo è finalmente accaduto: Carditello si è conquistata telegiornali e principali quotidiani. Ed è proprio questo che non piace a qualcuno, che la Reggia possa trasformarsi da cava da cui asportare ogni cosa a luogo di cultura, ricco di vita e di turisti; fa paura che possa significare lavoro pulito e non controllabile, non trasformabile in merce di scambio. Carditello museo di se stesso e collegato con gli altri tesori – la Reggia di Caserta, San Leucio, l’acquedotto Carolino – significherebbe troppe presenze straniere sulla terra dei clan, sulle rotte dell’eco-mafia.

Oggi non bisogna lasciare solo Massimo Bray, come non dobbiamo lasciare soli i giornalisti che tutti i giorni lavorano in questa realtà complessa. In queste ore le iniziative di associazioni culturali e semplici cittadini si stanno moltiplicando: su Facebook la pagina “Minacciateci tutti, non solo Bray” racconta di come questa intimidazione venga percepita come un attacco non solo all’ex ministro, ma a tutti quelli che continuano a credere che Carditello sia una possibilità di riscatto per questa terra bellissima e maledetta. Un’azione comune per dire che la parte sana della società andrà avanti “in direzione ostinata e contraria”, così come Tommaso faceva ogni giorno.

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