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Solo fiori per miss seconda generazione italiana

 

Era il 1996 quando la giovane Demi Mendez di origine domenicana venne eletta miss Italia: per la prima volta  il simbolo della bellezza del Belpaese è  una diciottenne nera. Non fu un’elezione semplice quella di Demi, la  più bella tra le belle, polemiche e proteste venivano da più parti, perché nonostante fosse cresciuta in Italia (la ragazza era arrivata all’ età di 11 anni) la sua non era “la tipica bellezza” italiana. Ma era chiaro a tutti che anche in un’Italia divisa tra accettazione e contrarietà, la presenza e poi la scelta della giovane anticipava inavvertitamente i tempi di un’Italia il cui volto stava cambiando.

Nel  frattempo gli anni passano e lo stesso concorso, a distanza di quattordici anni, torna nelle sue improvvisate  vesti di precursore di una società che cambia pelle, questa volta anticipando i tempi della politica, permettendo l’iscrizione al concorso di bellezza anche alle ragazze di origine straniera, non comunitarie, nate e cresciute in Italia che a diciotto anni non abbiano ancora acquisito la cittadinanza italiana. La legge 5 febbraio del 92  concede infatti la cittadinanza ai figli d’immigrati non comunitari nati del territorio e aventi i requisiti solo alla maggiore età, ma non subito e non dopo aver superato la prova di rigidi requisiti. L’iniziativa di Patrizia Mirigliani è una misura molto auspicata nell’ambiente di Salsomaggiore, basta ricordare la lettera inviata al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano due anni fa dall’allora diciottenne Nayomi  Andibuduge, aspirante miss nata a Roma di origini cingalesi,  impossibilitata a concorrere se non in una sezione a parte, perché non ancora cittadina italiana:

« Illustrissimo Presidente – scriveva a Napolitano – mi chiamo Nayomi Andibuduge, sono una ragazza che in questi giorni sta partecipando al Concorso di Miss Italia a Montecatini. Ho diciotto anni e sono nata a Roma. E non ho la cittadinanza italiana, cittadinanza che vorrei invece avere “di diritto” essendo nata in Italia da genitori dello Sri Lanka che da decenni vivono nel Vostro (nostro) Paese. Pur senza esserlo secondo le attuali leggi dello Stato mi sento italiana a tutti gli effetti, vivo una vita normale e sono perfettamente inserita nel tessuto sociale di Roma, città che amo ed in cui vivo”.

Oggi a Nayomi e alle tante altre ragazze come lei si aprono finalmente le porte della kermesse. Forse ci sarà una nuova Demi Mendez, o forse no, ma una cosa è certa a distanza di oltre una decina di anni, l’Italia sembra ancora nuova ai temi dell’integrazione e dell’inclusione. E nell’Italia peggiore anche le discriminazioni si modificano. Assumono l’aspetto di un approccio generale all’immigrazione molto distante da un progetto d’inclusione sociale, con gli ospiti-prigionieri dei Cie, con l’accoglienza per chi arriva via mare e fugge da guerre e povertà che con le strutture che scoppiano di accogliente non ha nulla. Hanno le sembianze di una riforma sulla cittadinanza ciclicamente accennata ma mai concretizzata, almeno finché i cambiamenti demografici non la imporranno e già ci siamo vicini, tanto che, sempre nell’Italia peggiore in qualche scuola suonano persino l’allarme invasione. Da dove giunga quest’invasione non si sa, sono bambini nati qui. Le discriminazioni moderne hanno anche la voce di cori da stadio e di propagande elettorali e  poi hanno gesti brutali come lanci di banane verso coloro che testimoniano la nuova Italia e che, come si è visto in questi giorni, si ritrovano anche in altri contesti e luoghi d’ Europa. C’è tuttavia anche un’Italia migliore, che sa che una banana è un frutto e non può diventare un’arma o una nuova bandiera. L’auspicio è che prevalga proprio quest’ultima Italia, che sa benissimo che di fronte ad una nuova reginetta non siano previsti altro che fiori.

Lucia Ghebreghiorges

Da cartadiroma.org

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