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“R III – Riccardo Terzo”, un apologo in noir

 

Alessandro Gassman interpreta Shakespeare come mostruoso apologo del Potere ad ogni costo

Come spesso accade in dirittura conclusiva (della cosiddetta ‘stagione invernale’), ci si avvede che sono  tanti, e per molti versi meritevoli, gli allestimenti di prosa ancora inevasi da una pur sintetica analisi critica,  blandamente  consolati dall’eventualità  di poterne recuperare alcuni  nei cartelloni, spesso aleatori (economicamente in bilico) del prossimo anno. Come nel  caso di questo il ‘Riccardo III’  avvincente e coinvolgente, che  Alessandro Gassman e Vitaliano Trevisan  alleggeriscono di ogni enfasi , baldanza, sibillino fascino bella malvagità  per ‘quantificarlo’ (sia nel canone  testuale, sia nel codice espressivo)   verso  una più ‘mostruosa’ capienza dell’orrore contemporaneo:   inerente scenografia, atmosfere, costumi, ritmi e tonalità di recitazione.  Come a scoverchiare   una  forzata ma non forzosa   ‘visione sensoriale ed oculare’ di  uno dei  più famosi fra i  drammi storici del Bardo. In un percorso di vertigine e negazione catartica che non prevede  requie  o  schematici  dualismi tra Bene e Male.

Proiettato  sul cupo fondo di un pozzo  ‘che sprofonda nel nulla, privo di atterraggio’ , il gioco visivo\strumentale dell’allestimento mentre ‘assesta’  lo spettatore  – provocatoriamente- come dall’alto di una  ringhiera,  proteso verso  ‘oscurità insondabili’  raramente  segmentate  da  improvvisi  balenare di luce al neon.  Come per rito apotropaico, il male provocato dal duca di Gloucester prima, sovrano d’Inghilterra poi, espleta la sua missione e funzione (pre-nichilista?) fagocitando,al suo passaggio, tutti e  tutto (anche se stesso). Nell’empia  sfilza di delitti architettati dalla smodata egolatria di quel che la nuova traduzione apostrofa  ‘segugio infernale’ – artatamente collocato in un perimetro  torpido e asfittico che sembra sospeso  tra Medioevo , espressionismo pittorico (Kokoshka e Corinth, in particolare)e strali di un conflitto mondiale (barbarico, da ‘archeologia spaziale’) capaci di  evocare l’abisso più profondo della nuova barbarie cui l’Occidente s’è già avviato.

Di qui, molte altre citazioni iconografiche che –a mio gusto e memoria- variano da “Bestia da stile” di Pasolini a certo cinema del primo- Carpenter, appena alleviato dagli infantilismi insidiosi di un Tim Burton -da ‘favola nera’ -e dal segno  rabbuiante di una graphic –novel  dispiegata tra stanze gotiche e  perforanti sonorità comprendenti Ray Charkes e i Dire Strais (acuminanti nella poderosa sequenza finale).   Gobbo, rachitico,imponente (ma ‘impotente’ ad arrestare una sorta di predestinazione alla mostruosità), Alessandro Gassman indossa pesanti coturni che lo elevano sino a quasi  due metri,  come scellerato Gulliver nella terra dell’abominio. Così eccellendo in plasticità di sguardi e posture  in cui  coesistono  “l’anima del buffone, del genio, del sanguinario”.

E il cui epicedio scenico – regno e prigione del  ‘sontuoso’  freaks   logorroico e  claudicante –  coincide con una   strada senza ritorno lastricata di cadaveri e delirio di onnipotenza:  vittime d’ogni genere, tra  mogli,  fratelli,  amici, bambini. Complementari,  sino a qualche elemento di ‘pesantezza’ estetica,  per una tragedia che non prevede, né aspira ad alcun ‘esilio’ o tempo della ‘redenzione’. Dunque priva di via di fuga, sia etiche  che prospettiche, egemonizzata  da atre coloriture contornate da  neri veli e  cappucci  da Inquisizione che, a momenti, rivelano il macabro   cerone spalmato sul volto  di molti dei comprimari.

Pur’essi (nobili, sovrani, comandanti, regine o consiglieri) involontari complici di una tirannide che è consustanziale alla natura (alla brama) del Potere, che trattandosi di  un demone e apologo (di se stesso), non risparmia nessuno, disegnando (tra efferatezze e involontarie complicità) una sorta di universo omologo, sussidiario, complice e carnefice di un unico, bestiale impulso  alla sopraffazione. Degli uni  contro gli altri, liddove il male smette di essere ‘banale’ e si auto edifica a paradigma del mondo, ancora fondato sui  mille rigurgiti del pensiero (pessimista,lungimirante?) del giovane Hobbes:   quando l’uomo ‘smette’ ogni sovrastruttura (remora) di ‘civiltà e cultura’ e preferisce deturparsi in ‘lupus’ di chi gli osa stargli attorno. La Storia non perdona (e s’infittisce di nuovi, pessimi  esempi)

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“Riccardo III”di William Shakespeare

Ideazione scenica, regia di  Alessandro Gassman   Traduzione e adattamento Vitaliano Trevisan   Con  Alessandro Gassmann   Mauro Marino, Giacomo Rosselli Manrico Gammarota, Emanuele Maria Basso Sabrina Knaflitz, Marco Cavicchioli Marta Richeldi, Sergio Meogrossi  e con la partecipazione di Paila Pavese Scene di Gianluca Amodio, costumi di Mariano Tufano, musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi Videografia Marco Schiavoni-Roma, Teatro Argentina     

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