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L’Aquila, le macerie fanno spettacolo

 

L’Aquila oggi è una città che attende. Attende altri soldi per la ricostruzione (fino a ora fra emergenza, assistenza alla popolazione  e lavori alle case A e B – meno danneggiate – ed E – danni gravi – della periferia  sono stati spesi circa 10 miliardi), attende l’avvio dei cantieri nei centri storici, attende provvedimenti per il lavoro e la coesione sociale, attende che vengano rifatte le scuole che sono ancora nei cosiddetti musp, attende che 25.000 persone ( su 70.000 sfollati iniziali) possano tornare nei luoghi dove abitavano prima del sei aprile del 2009. Il clima è quello di una rassegnazione operosa che in un pezzo sul mio giornale, il Centro, ho semplificato  col classico: campa cavallo che l’erba cresce.

La rinascita della città , se avverrà, dovrà essere misurata in decenni e alla fine di miliardi ce ne vorranno almeno trenta che finiranno in gran parte nelle tasche dei grandi proprietari immobiliari  del capoluogo d’Abruzzo i quali   rimpolperanno le loro rendite e garantiranno soldi a palate ai loro eredi per almeno un altro secolo . Chi la notte del sei aprile ha perso tutto si dovrà accontentare delle briciole e magari ci rimetterà anche soldi di tasca propria. Piccolo esempio: la ricostruzione privata del mio paese, Onna , cancellato dal sisma, costerà intorno ai 60 milioni di euro. Onna non ha ancora visto un cent. All’Aquila un solo palazzo, di proprietà di una famiglia importante ed economicamente  potente, è stato già finanziato con  28 milioni di euro. Quando ci torneranno negozi e uffici gli affitti verranno quasi raddoppiati. E c’è ancora chi dice che a l’Aquila le “famiglie”  che governano la politica e la società non esistono. Siamo come nella Sicilia degli anni Sessanta del secolo scorso quando nessuno ammetteva che la mafia c’era anche se tutti la conoscevano bene.

Il direttore di Articolo 21 mi chiede del ruolo dei media  in questi giorni in cui si è “celebrato” il quinto anniversario. Il racconto di un terremoto non è come quello di un incidente qualsiasi. Vanno guardati e osservati vari elementi che ne fanno intuire la complessità e ne compongono un quadro fatto di colori diversi che non sempre è facile assemblare. Anche qui cominciamo con un esempio. Un mio collega fotografo mi dice: mi ha chiamato un’agenzia di stampa, vuole foto del terremoto, ma non le foto di quel poco di buono che pure c’è stato , ma solo foto di macerie, il resto non  interessa.

Le macerie fanno spettacolo. Per questo piacciono. La mia esperienza personale: in queste settimane sono stato contattato  da molti colleghi, tutti capaci e sensibili. Ma le loro richieste erano su un doppio binario: chi era interessato a numeri, statistiche, valutazioni sullo stato della ricostruzione (soprattutto cronisti stranieri)  e chi invece andava cercando il padre addolorato e disperato (cioè io) che cinque anni fa ha perso i suoi due figli adolescenti e il padre. I secondi sono stati la maggioranza. Capisco il loro lavoro e non mi sono sottratto ma certo non è questo che gli aquilani avrebbero voluto. Lo spettacolo però questo voleva.

Mi sono allora convinto che il giornalismo e la semplice cronaca quotidiana non hanno, per loro natura, e non per incapacità dei colleghi, la forza per raccontare un dramma tanto grande. Un giorno  qualche storico ci consegnerà un volumone con analisi e approfondimenti. Ma credo non basterà nemmeno questo. Secondo me solo la letteratura riuscirà a offrire al lettore il senso di quanto è accaduto. Mi è sembrata azzeccata l’operazione fatta da Repubblica che il sei aprile scorso ha affidato a uno scrittore, Walter Siti, che conosce L’Aquila perché ci ha lavorato , il racconto della città cinque anni dopo.

Il terremoto della Marsica del 1915 con decine di migliaia di vittime ha avuto in Ignazio Silone  (che nel sisma perse quasi tutta la famiglia) il suo dolente cantore. Ho avuto la fortuna di conoscere un grande scrittore italiano, Mauro Corona, che ci ha raccontato  dei luoghi  del Vajont e che nel suo ultimo libro “La voce degli  uomini freddi” ci fa un affresco illuminante del rapporto fra uomo e natura e del mistero  della vita, della morte, dell’amore. Una scrittrice tedesca (a Onna i tedeschi hanno dato un aiuto straordinario ) mi ha fatto avere di recente alcuni capitoli di un suo romanzo ambientato proprio a l’Aquila nei giorni del terremoto. Ecco, già lì, ho visto qualcosa di importante rispetto alla narrazione cronachistica  di un evento tanto tragico.

Noi giornalisti, io per primo, continueremo a raccontare le ore e i giorni del terremoto dell’Aquila, a fare scoop veri o inventati, a continuare a parlarci addosso vantando di essere stati i primi “ a giungere sul luogo del disastro” (l’ho sentito dire da tanti che ormai la cosa mi fa persino sorridere). Solo la grande letteratura illuminerà anche gli angoli più nascosti della vicenda terremoto dell’Aquila.
Per questo però dovremo  forse attendere qualche anno.

* giornalista de “Il Centro”

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