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Mezzo Italicum, nessuna scelta (o quasi)

 

Ieri la riforma della legge elettorale ha ottenuto la prima approvazione della Camera dei deputati con molti meno voti di quelli che ci si sarebbe potuti attendere in base al noto accordo. I vizi originari e quelli che si sono aggiunti durante il (breve) percorso parlamentare, in effetti, sono stati tali da spingere anche alcuni tra i deputati dei partiti di maggioranza, o meglio di larghe intese (che ancora in questa materia non sono decadute), a non votare a favore del turpe Italicum. Anzi, Mezzitalicum. In effetti, il principale limite è proprio quello che limita la riforma alla sola Camera, sulla base dell’argomento (semplicemente incredibile) di una possibile futura riforma del Senato (come abbiamo già detto alcuni giorni fa, sostenendo che mezzo Italicum è peggio di uno intero), ma naturalmente molti altri sono i limiti e i vizi di costituzionalità (anche alla luce della recente sentenza della Consulta).

A questo punto, però, sembra che si debba richiamare l’attenzione soprattutto su quelli che mirano a limitare la possibilità per gli elettori di incidere sulla composizione delle Camere. È stata questa impostazione, infatti, ad escludere prima il maggioritario con i collegi uninominali e quindi il voto di preferenza (che la Corte costituzionale aveva restituito), per riproporre liste bloccate (non molto brevi) per giunta con la possibilità – reintrodotta con uno degli emendamenti (peggiorativi) approvati – di candidarsi anche in otto collegi. In questo modo gli elettori non potranno capire chi stanno realmente votando, come ha detto la Corte costituzionale che anche per questo ha dichiarato l’incostituzionalità del Porcellum nella parte in cui non prevedeva il voto di preferenza. A rendere incomprensibile a chi sta veramente andando il voto dell’elettore si aggiunge poi il famoso algoritmo per la attribuzione dei seggi, che, in realtà, rende anche ai candidati molto difficile capire (fino all’ultimo) se saranno eletti. Naturalmente, questa stessa impostazione di chiusura rispetto alle scelte degli elettori ha portato a bocciare anche tutti gli emendamenti per le elezioni primarie (non solo obbligatorie ma anche facoltative regolate per legge), incredibilmente con il voto favorevole degli stessi democratici che pure ne hanno fatto uno strumento anche congressuale, finendo per basarci la formazione dello stesso Governo.

Viceversa, i partiti si sono voluti mantenere ampia libertà di scegliere gli eletti non accettando praticamente alcuna regola in grado di vincolarli, magari assicurando una maggiore qualità nella composizione della Camera. Sono stati respinti, infatti, come noto, tutti gli emendamenti volti a tutelare la rappresentanza di genere (strumenti – lo precisiamo contro la retorica della parità di merito – di cui, numeri alla mano, è dimostrato che c’è ancora bisogno), e ugualmente respinti sono stati anche tutti gli emendamenti che, attraverso la previsione di casi di ineleggibilità e incompatibilità, miravano a garantire la autentica libertà di scelta degli elettori e la capacità degli eletti di rappresentare l’interesse generale. In particolare, sono stati così bocciati tutti i tentativi di prevenzione dei conflitti d’interessi, sulla base del noto argomento per cui per questo serve un provvedimento ad hoc, questa non essendo la sede. Ora, questa motivazione, dopo anni di attesa di un intervento legislativo in merito, risulta evidentemente molto debole, ma soprattutto sembra già essere stata smentita. Infatti, Civati, di fronte a questo argomento, ha immediatamente chiesto che si procedesse all’esame della sua proposta di legge di prevenzione dei conflitti d’interessi, ma non risulta avere avuto ad oggi riscontro. E qualcosa ci dice che sentiremo ancora dire che i tempi non sono maturi.

Adesso in molti dicono che, in effetti, la legge presenta molti limiti e vizi, sperando che a rimediare possa essere il Senato. In pratica, a migliorare la legge dovrebbe essere la quella seconda Camera che la stessa vuole fingere sia già stata abolita. Anzi, per meglio dire, resa non elettiva, giusto per evitare – ancora una volta – che siano gli elettori a poter scegliere direttamente chi li rappresenta.

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