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Il dilemma tedesco. Caffè del 18 marzo

 

“Ad Angela sono crollate le difese. – scrive Massimo Gramellini –  Si è tolta lo spread dagli occhi e ha guardato (Renzi) come la figlia di un pastore tedesco può guardare una giovane marmotta italiana”. La Stampa titola: “Merkel promuove Renzi”. Identico, “promuove”, anche su Repubblica. Per il Fatto il nostro “impressiona la Merkel”, ma la spending dovrà farsi più dura, tant’è che ora “si vende anche la Garibaldi” (grande nave portaerei. Dopo gli F35, altri taglio alle spese militari). Sì, gli occhi di Angela saranno stati pure umidi davanti “all’impressionante” dinamismo del giovane premier, dice il Giornale, ma “Markel non molla il guinzaglio all’Italia”. Il Corriere vede un “Elogio senza sconti”,  il Sole una “cauta apertura della Cancelliera”.

Nessuno si aspettava di più dall’incontro, credo neppure Renzi. La Germania ha una fortissima opinione pubblica, i cui opinin leader sono consustanziali al complesso industriale-finanziario dominante. Ne consegue che il Governo non possa muoversi che a piccoli passi. Lasciare all’Italia una certa, contenuta flessibilità, dal 2,6 per cento del rapporto deficit-PIL, al 2,8 e magari qualcosa di più, ricordare all’Italia, ma senza rampogne, che c’è anche l’impegno a rientrare dal debito, insistere sull’utilità di una migliore integrazione tra industria tedesca e italiana e, infine, apprezzare l’impegno riformatore del Renzi è il massimo che Angela Merkel potesse fare. E lo ha fatto.

Personalmente non condivido, però, la rappresentazione della Germania come un monolite che riceve l’omaggio dei clienti, di Hollande in primo luogo, e resta sole immobile intorno a cui ruota il sistema europeo. Angelo Bolaffi, ad esempio, dice al Corriere che Renzi dovrà adeguarsi alla politica del rigore: non ha altra strada. E gli consiglia di allinearsi con la Germania anche sull’Ucraina. “Negli ultimi tempi, -scrive-  la Cancelliera ha cambiato posizione in maniera decisa sulla Russia, è molto più dura. Questa è una novità che rivoluziona tutto. Cent’anni dopo la prima guerra mondiale, pare che in Europa torni il dilemma tra pace e guerra. E tanto la crisi economica che quella geopolitica pongono la questione dell’inevitabile egemonia tedesca”.

Inevitabile o rovinosa? I nostri giornali oggi glissano, più o meno elegantemente, sui fatti di Ucraina. Putin ha recepito il plebiscito di Crimea. L’Occidente ha lanciato sanzioni, durissime, a quanto si dice, contro gli oligarchi del cerchio magico del Cremlino. Obama ha sentenziato “la Russia  è isolata dal mondo”. Insomma, quasi guerra. E nessuno ci apre il giornale? In realtà solo in America qualcuno si chiede se possano bastare le sanzioni, mentre in Europa ci si chiede, al contrario, se Putin si farà bastare l’annessione della Crimea.

Secondo me la Germania comincia ad avere coscienza della sua fragilità. Per “cambiare posizione sullo scenario orientale”, come dice Bolaffi, deve almeno garantirsi una ragionevole pace sociale a sud, nel Mediterraneo. Né può contare, la Germania, che il grande alleato atlantico gli faccia sconti sul piano dell’economia. La svalutazione competitiva del dollaro rispetto all’euro prosegue.

Mettiamola così, Renzi è fortunato. L’Italia ha un’occasione per ridurre i suoi guai provando una “politica creativa”, la Germania, per una fase, proverà a non vedere quello che non le conviene. Dopodichè le variabili sono diverse. Io, per esempio, temo il voto francese per le Europee. Penso che se Marine Le Pen superasse socialisti e conservatori, si aprirebbe una crisi del regime in Francia. La cinquème, il capolavoro di Charles de Gaulle non reggerebbe più. E sarebbero guai per tutti. Francamente, però, l’idea di una indistruttibile egemonia tedesca mi pare assai ideologica.

Da corradinomineo.it

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