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Ignazio e Vito, prigionieri di un Paese indifferente

 

Dicono che l’Italia sia la patria delle mafie (e in effetti ne ha almeno quattro autoctone). Dicono che nei decenni passati le abbia esportate in altri paesi entrando in contatto con i gruppi criminali stranieri. Dicono che anche le mafie straniere abbiano ormai conquistato zone di influenza in Italia. I risultati quotidiani di inchieste e operazioni di polizia ci informano che non esistono spazi economici liberi dall’influenza spaventosa e ingombrante della criminalità organizzata. Lo scenario è da brividi e sarebbe ancor più tetro se in questo Paese, negli anni, non vi fossero stati dei grandi fronti di resistenza, composti da uomini e donne che non hanno mai accettato di arrendersi: magistrati, poliziotti, rappresentanti delle istituzioni, giornalisti, sindaci, sindacalisti, sacerdoti, imprenditori e semplici cittadini.

Ci hanno dato una ragione per non disperare e per sperare, ci hanno costretto a non restare inermi, a muoverci attorno a loro e con loro. Hanno creato coscienza, hanno sdoganato la lotta alla mafia dai confini interni degli addetti ai lavori, rendendola una questione popolare, diffusa, di cittadinanza. Nel concreto, con il loro esempio e il loro sacrificio, hanno esortato altre persone a non piegarsi, a trovare il coraggio di riunire la rabbia e rispondere, denunciare, consapevoli dei rischi, di tutto quel che comporta, delle difficoltà, dei cambiamenti che rivoluzionano la propria vita, che diviene blindata. Persone che lo Stato ha imparato a tutelare, cercando di dotarsi di volta in volta di strumenti idonei.

Protezione da assicurare a chi denuncia e ai familiari di chi denuncia. Normative da approntare e inserire in una legislazione antimafia che è riconosciuta come tra le migliori possibili. Grazie a chi è morto per norme fondamentali o a chi ha raccolto firme, ha protestato. Grazie persino agli errori voluti o meno, alle sottovalutazioni e alle complicità del passato, che hanno richiesto, per voce dei cittadini, un deciso cambio di rotta. Eppure tutto questo non basta. Non è bastato a rendere conveniente e meno complicato liberarsi dalle grinfie della mafia, denunciare. Non è bastato a rendere inattaccabile l’esempio di uno Stato che sbaglia ancora, che rimane sempre indietro e dà vita a paradossi tanto grotteschi quanto drammatici.

Sono sufficienti due nomi per capirci e sono solo la punta di un iceberg fatto di sofferenza e rabbia: Ignazio Cutrò e Vito. Professione: imprenditori. Ignazio ha denunciato e ha anche scelto di rimanere nella sua città, Bivona (Agrigento), rinunciando al sussidio e all’anonimato. Voleva rimanere nel suo paese, non scappare, non perdere la propria identità e continuare a lavorare. Una scelta piena di dignità e coraggio. La volontà di non sentirsi costretto, dai mafiosi e dalle loro minacce, ad andarsene, a cambiare tutto, a condannare i suoi figli ad una vita in un altro luogo, con altri nomi, senza le cose di tutti i giorni, quelle in cui sono cresciuti. L’amore per la propria famiglia, per la propria terra e la convinzione di poter lottare ancora e cambiare.

Queste sono le ragioni della scelta di Ignazio. Che però ben presto si è trovato solo, nell’impossibilità di lavorare, emarginato. L’azienda non riesce più a lavorare, ma le tasse, le spese non conoscono pause, eccezioni. Le cartelle arrivano ancora e i soldi non ci sono. In questi giorni, Cutrò ha scelto di lasciare la Sicilia, perché ha bisogno di lavorare. Protesta, si incatena dinnanzi al Parlamento, chiede che le istituzioni accorrano in suo aiuto, che si occupino di lui così come dei tanti nella sua condizione e che egli ha avuto modo di unire sotto la sigla dell’Associazione Nazionale Testimoni di Giustizia. Ignazio si espone, non si arrende, ma non ce la fa più. Il limite di sopportazione è stato travalicato. (clicca qui per leggere l’intervista rilasciataci a ottobre scorso)

Stessa esperienza negativa (la racconta Fabio Tonacci su Repubblica) vissuta da Vito, costruttore siciliano, finito in mano agli estortori dalla cui morsa decide di liberarsi denunciandoli. Avrebbe potuto non farlo, vendere tutto oppure continuare a pagare. Invece ha scelto di rivolgersi alla giustizia. Così la vita sotto protezione, identità e destinazioni sicure, ma l’impresa, non lavorando, matura passività e fallisce. Tutto questo costa a Vito la condanna a risarcire gli istituti bancari senza possibilità di fare ricorso per mancanza di liquidità e, infine, il rinvio a giudizio perché risulta inadempiente nel pagamento dell’Iva. Sono solo due casi, che ne rappresentano tanti altri, tante voci silenziose, disperate, sepolte tra mille problemi che umiliano il coraggio, la scelta originaria.

Due casi nei quali lo Stato mostra una faccia che mai dovrebbe mostrare, perché è la stessa che genera sfiducia, diffidenza, incertezza. Una faccia che scoraggia, che veicola la pericolosa convinzione che denunciare non conviene, che spaccia per reale la bestemmia, ultimamente molto diffusa, secondo cui con la mafia ci puoi convivere e con lo Stato ci muori. Un cedimento terribile che favorisce la criminalità organizzata, la sua “efficienza” funesta. Facile immaginare il sorriso soddisfatto e il senso di onnipotenza di chi da quelle denunce ha ricavato irritazione e danno, perché non le credeva possibili, non immaginava che qualcuno fosse più forte della paura, delle intimidazioni, dei roghi e degli attentati.

Se, invece di spendere parole su parole per mesi riguardo ai litigi tra parti dell’antimafia o riguardo a casi eclatanti di truffa all’interno di essa, si impiegasse più tempo per sollecitare gli interventi normativi richiesti atti a migliorare la situazione e coprire le falle del sistema (es: facilitazioni nell’accesso al sistema degli appalti pubblici e delle forniture, la sospensione dei debiti acquisiti dall’imprenditore che ha denunciato, ecc.), forse avremmo meno sofferenza e soprattutto daremmo un’immagine di Paese capace di diffondere fiducia, sia sul piano concreto che su quello psicologico e culturale. Perché quelle che per alcuni sono parole, per altri sono questioni di sopravvivenza. E di tutela della dignità. Che, non dimentichiamolo, è alla base della nostra Costituzione.

http://www.ilmegafono.org/ignazio-e-vito-prigionieri-di-un-paese-indifferente/

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