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Dalle madri ai figli. Se la ‘ndrangheta perde i suoi soldati

 

L’inchiesta di Michela Mancini*

Vivono una guerra permanente in un mondo diviso da una trincea. Schierati come soldati: da una parte ci sono loro, dall’altra c’è il Paese.  Educati in nome dell’onore, sono cresciuti imparando una sola “regola”: quella mafiosa. Prima d’ogni altra cosa viene la famiglia, che nelle loro terre vuol dire ‘ndrangheta. A quattordici anni sono già uomini fatti: sono i ragazzi della mafia. Per conto dei loro padri, latitanti o in galera, hanno chiesto il pizzo ai commercianti, hanno trafficato droga, hanno ucciso. Fa parte delle regole, non si può dire di no, non sono ammessi passi indietro. Alcuni, raccontano, sotto ai piedi hanno tatuate facce di carabinieri, camminano calpestando lo Stato. Uno Stato che non conoscono… Leggi tutto su liberainformazione.org

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