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Sfuma l’auto-riforma, l’Ordine dei giornalisti alla deriva

 

da voltapagina

Il Consiglio nazionale approva con 2 voti di scarto una “riformetta” che consegna l’Ordine professionale ai pubblicisti. La minoranza annuncia

L’Ordine nazionale dei giornalisti va alla deriva. Incapace di auto-riformarsi, di cambiare una legge istitutiva vecchia di 50 anni e clamorosamente inadeguata alle esigenze dell’oggi, di rappresentare per davvero gli interessi della professione e della stessa categoria.

Chiuso nella sua auto-refenziabilità, nei suoi piccoli interessi corporativi, giochi personali e spesso clientelari, sempre più ostaggio di chi di mestiere non fa neppure il giornalista: i capibastone regionali che controllano i pacchetti di voti dei pochi che ancora vanno a votare per le elezioni dell’Ordine(poco più del 5% degli aventi diritto), i pubblicisti che non fanno la professione, spesso ne fanno altre (avvocati, commercialisti, medici) e sono perciò iscritti anche ad altri Ordini.

La riforma può attendere.
Dopo anni di chiacchiere e di occasioni mancate sulla riforma, il Consiglio nazionale dell’Ordine – presieduto da Enzo Iacopino e controllato da una maggioranza sostanzialmente di centro-destra monopolizzata dai pubblicisti – nei giorni scorsi, ha buttato alle ortiche anche l’ultima possibilità di rendersi credibile agli occhi dei colleghi. Non solo dei professionisti, ma anche dei tanti precari e pubblicisti che di mestiere fanno i giornalisti.

In discussione c’erano due ipotesi di auto-riforma: una messa faticosamente in piedi, tra molte mediazioni al ribasso, da una commissione bipartisan appositamente costituita; l’altra, di cambiamento più radicale, sostenuta dalla componente di minoranza che si riconosce in Liberiamo l’informazione.

Ebbene, dopo tre giorni di dibattito e una lunga sequela di votazioni su emendamenti correttivi, il Consiglio ha prima respinto le proposte di riforma della minoranza interna che prevedevano, tra l’altro, la fine della distinzione tra professionisti e pubblicisti con l’istituzione di un Albo unico dei giornalisti che svolgono la professione e vivono di giornalismo, la riduzione dagli attuali 158 a 60 consiglieri nazionali, l’obbligo della laurea per diventare giornalista.
Poi ha approvato con una risicatissima maggioranza (59 a 57) la proposta di riforma della commissione, amputandola però di alcuni dei suoi principi cardine. Tanto da smantellare il progetto che aveva nella sua impostazione generale approvato e da partorire una “riformetta” che mantiene sostanzialmente lo status quo: l’Albo professionale con i due elenchi dei professionisti e dei pubblicisti, la rappresentanza ormai paritaria nell’Ordine tra pubblicisti e professionisti, la sostituzione della dichiarata volontà di ridurre “drasticamente” il numero dei membri del Consiglio nazionale con l’auspicio di una “consistente riduzione” dell’abnorme numero di consiglieri.

La denuncia di Liberiamo l’informazione.
Dura la denuncia della componente di Liberiamo l’informazione.
“Il Consiglio, in virtù della sua maggioranza politica e del rapporto di forza numerico tra pubblicisti e professionisti – scrivono in una nota – ha definitivamente certificato la sua incapacità ad autoriformarsi”. E denunciamo “l’intollerabile situazione di stallo” di un Consiglio “tenuto numericamente in ostaggio da chi esercita la professione in modo occasionale o anche a tempo pieno senza aver avuto alcun percorso formativo e superato alcun esame di idoneità”.

Ragion per cui, concludono, “i consiglieri di Liberiamo l’Informazione e di Contrordine ritengono che l’iniziativa per una vera riforma abbia ora quale unico sbocco un dialogo diretto con le forze politiche e sociali interessate a un’informazione autonoma e libera basata su un indifferibile cambiamento”. E annunciano “nelle prossime settimane una raccolta di firme presso tutti gli Ordini regionali e tutte le redazioni a sostegno del proprio progetto di riforma che sottoporranno direttamente al Parlamento”.

Una delegittimazione piena dell’Ordine nazionale da parte di chi, del resto, come incipit programmatico aveva scelto lo slogan “o si cambia o si muore”. Ma anche un distacco ormai incolmabile, e non da oggi, tra l’Ordine e le redazioni, i colleghi professionisti, i pubblicisti e i precari che fanno questo nostro mestiere e vivono di giornalismo. Difficile davvero pensare che, con queste premesse, l’Ordine possa ancora rappresentare per loro e per la nostra professione un punto di riferimento.

voltapagina.globalist.it

 

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