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L’etica di Fava, una lezione ancora attuale

 

Di quei giorni di trent’anni fa ricordo le facce tese e la rabbia dei miei genitori, la mia incredulità per la fine di quel giornalista i cui occhi profondi e gentili avevano catturato la mia attenzione nelle sue apparizioni televisive, come la celebre ultima intervista di Enzo Biagi. Avevo cinque anni quando appresi che il padre de I Siciliani, i cui numeri erano ordinatamente sistemati nello scaffale della libreria di mio papà, era stato ucciso. Una delle perdite più gravi nella storia della mia isola, perché, senza voler fare discriminazioni né torto ad altri uomini coraggiosi che non hanno piegato la schiena, per me Fava è qualcosa di raro, la figura che racchiude tutto l’insieme delle qualità intellettuali dei grandi pensatori. Come Pasolini, egli era l’intellettuale poliedrico che aveva compreso il tempo e intravisto il suo sviluppo futuro. Era profetico, di una lucidità incantevole, con il suo stile fresco, semplice, che non rinunciava all’ironia.

Il 5 gennaio del 1984 abbiamo perso tutta la straordinaria attualità delle parole e del pensiero di Fava, il quadro preciso e ben delineato che egli tracciava della mafia, dei suoi rapporti con la politica, dei livelli superiori che erano e sono i veri nemici da combattere per liberare questo Paese. Eclettico, idealista, l’essenza della creatività prestata alla letteratura, al teatro, alla pittura e al giornalismo. Perché se hai un’etica del giornalismo come quella che egli ha annunciato con parole chiare e indiscutibili, allora vai oltre gli insegnamenti da scuola, le rigide quanto inutili lezioni sulla scrittura asciutta e svuotata delle sfumature che ogni parola detiene. Perché il giornalismo dovrebbe essere prima di tutto militanza civile, guidato da un’etica che comporta l’obbligo di occuparsi delle cose, di non tacere, di scrivere tutto quel che si sa su un fatto, per prevenirne le conseguenze. Ogni silenzio e omissione sarebbero un atto di complicità in faccende terribili della società umana. Allora scrivere, fare inchiesta, raccontare, non tacere diventa per forza di cose militanza, nel senso più bello, pulito e vero del termine. Significa prendere posizione, descrivere la realtà non limitandosi alla facciata, ma andando oltre fino agli scantinati più nascosti e umidi, tra muffa e ragnatele.

Il giornalismo è un virus benefico che vive nelle tue vene e respira dalla tua penna. Pippo Fava lo sapeva. E scriveva, lasciava respirare la verità, la strappava dalle grinfie fameliche degli ipocriti, dei perbenisti, dei moralisti, la ripuliva dalle scorie funeste dei depistaggi, dell’omertà, delle complicità che attraversavano i vari livelli di un edificio chiamato, di volta in volta, mafia, impresa, Stato, miseria. Una verità che lottava contro un’Apocalisse di calcestruzzo, droga, tangenti, denaro da ripulire, da rivestire in fretta per iniettarlo nuovamente tra le coscienze sopite o quelle palesemente marcite. Ma non c’era solo la penna che denunciava e colpiva, libera, critica, senza padroni, senza cartellini colorati con il prezzo impresso nel mezzo. C’erano lo sguardo e il pensiero di un uomo che amava la sua terra e ne indagava i tratti, le grandezze ma anche le meschinità. C’era il teatro, con i primi veri esperimenti di teatro civile, che sul palcoscenico esibiva la realtà, la infilava nei soggetti, nei personaggi, nelle situazioni che descrivevano la Sicilia e l’Italia del tempo, preconizzando quella che sarebbe stata un giorno. C’era la collaborazione con il cinema e con la tv, con il capolavoro di un docufilm fatto per la Rai, un documentario sulla Sicilia girato tra le strade di un’isola che era in gran parte abbandonata, lasciata in ostaggio agli stereotipi appiccicosi, alla miseria dalle tante origini storiche, terreno fertile per chi propone un guadagno facile o progetta di imporre il proprio potere oppressivo. Leggere ciò che questo intellettuale siciliano scriveva trenta o quaranta anni fa dà il senso di come sia cambiata questa terra, diversamente da chi sostiene il contrario, insegna, senza nascondere la persistenza dei principali problemi, a vedere le differenze, a non negare la storia di un popolo che popolo non è mai stato, ma che ha saputo reagire. Fava lo aveva capito per primo. Lo diceva quando ancora sembrava incredibile persino ai siciliani, che avevano finito per credere agli stessi stereotipi di cui erano vittima. Egli affermava che i siciliani non sono mafiosi, i siciliani combattono la mafia da decenni. Solo che qualcuno ha scambiato la minoranza per la maggioranza, per fornire un alibi a secoli di privazioni indotte e di corresponsabilità. Queste sue parole non erano buttate lì per caso, in una sorta di impeto di orgoglio regionale.

Erano scientificamente dimostrate dal suo lavoro di inchiesta che gli consentiva di avere ben chiara la mappa della mafia, delle sue attività, delle sue origini, del suo radicamento nell’intero Paese, nelle grandi città del nord, delle alleanze tra le diverse mafie, dello sviluppo di propri canali internazionali per il traffico di droga, del ruolo da protagonista delle banche, delle eminenze grigie della finanza e dei legami con la politica e con il mondo dell’impresa. Aveva descritto tutto, sezionato la mafia e fornito ai lettori de I Siciliani, in articoli coraggiosi e memorabili che decretarono la sua condanna a morte, un quadro completo, moderno, incredibilmente attuale ancora oggi, a trent’anni di distanza, del fenomeno mafioso e non solo. Un pioniere, un profeta, un intellettuale acuto che l’Italia non ha mai né celebrato né ricordato adeguatamente. Soprattutto non lo ha mai difeso abbastanza, quando il dolore per la sua morte era ancora caldo, dai tentativi di depistaggio, dalle calunnie, dall’oltraggio di chi, invece di cercare i mandanti e gli esecutori del suo omicidio, preferiva indagare sui conti del giornale, su quelli della famiglia, sapendo perfettamente che era solo un modo per consentire agli assassini di defilarsi sperando che su Fava calasse il silenzio, che l’oblio facesse il lavoro più sporco, come aveva già fatto in passato anche con altri giornalisti, come Cosimo Cristina e Peppino Impastato. Quella di Pippo Fava è la storia di un uomo dalla sensibilità e dall’acume culturale di assoluta rarità. Una storia che ha attraversato la Sicilia e che l’Italia ha pian piano iniziato a conoscere, ma che ancora ha bisogno di essere approfondita e diffusa maggiormente, fino a quando quel pensiero che abilmente ha descritto le vicende di un Paese che negli anni non lo ha smentito, confermandone tristemente le visioni profetiche, non diverrà patrimonio di tutti. Dal Trentino a Lampedusa.

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