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Il boss e le minacce

 

Ripetere per l’ennesima volta che viviamo in uno strano paese è ancora troppo poco. Una sorta di  grande eufemismo adatto a orecchie timorose e disabituate all’asprezza del nostro presente e a quello che vediamo ogni giorno intorno agli ultimi arresti di mafiosi (come l’imprenditore calabrese Pasquale Capano, ma residente a Roma, che ha lasciato scritto nel suo computer sequestrato dagli inquirenti durante il suo arresto che “la ‘ndrangheta, in cui è stato iniziato con regolare cerimonia segreta, è una scelta di vita, non solo un’opportunità di affari”). Come di fronte alla caccia sempre più vicina alla cattura del nuovo capo di Cosa Nostra, Matteo Messina Denaro da Castelvetrano, del quale gli inquirenti di Palermo come il sostituto più volte minacciato di una morte atroce Nino Di Matteo o la pm Teresa Principato che guida adesso le indagini per la ricerca del temuto boss ancora latitante.

Le ultime notizie hanno creato un allarme notevole nella procura di Palermo perché le minacce di Totò Riina e la notizia che Riina, in stretto rapporto a quanto pare con il boss della Sacra Unita pugliese Alberto Lorusso, si stia procurando il tritolo per l’esplosione necessaria a un grande attentato contro Di Matteo, già più volte minacciato, o Teresa Principato, memoria storica del vecchio pool antimafia palermitano ed ora coordinatrice della caccia contro il boss latitante, sono prese sul serio dai magistrati palermitani che temono da un momento all’altro le azioni annunciate. Giacchè proprio i giudici sanno assai bene che, per quanto possano arrivare scorte più numerose e misure eccezionali, tutto dipende dai mezzi e dagli uomini di cui possono disporre i mafiosi e non esiste uno strumento tale da escludere o neutralizzare azioni di sorpresa bene organizzate.

Quello che sembra emergere negli ultimi giorni è che tra Riina e Messina Danaro sia stabilita una sorta di alleanza e che gli arresti degli ultimi giorni che hanno condotto alla cattura della sorella e del nipote prediletto di Messina Denaro insieme con 28 favoreggiatori di Cosa Nostra che si sono occupati finora di difendere il capo e di finanziarne la latitanza non costituirebbero in nessun modo l’elemento decisivo per sventare le azioni pianificate da Cosa Nostra contro i magistrati palermitani. Ma  se le cose stessero così, il pericolo di nuove stragi contro i giudici presi di mira potrebbero conseguire i propri obbiettivi nelle prossime settimane, decapitando di fatto  la procura della capitale siciliana con gravi danni per la società italiana,oltre che per tutta la magistratura nazionale.

Non c’ è che aspettare lo svolgersi degli avvenimenti ma il parlamento, di fronte a quello che sta succedendo, dovrebbe forse porsi in maniera più urgente il problema di rafforzare gli strumenti di una lotta più efficace di quanto è stata finora contro le associazioni mafiose che influiscono in maniera così pesante sull’economia e sulla società italiana e sembrano sopravvivere senza soverchia difficoltà all’attività repressiva dei magistrati e delle forze dell’ordine.Purtroppo nelle scuole e nelle università ormai si parla molto di rado delle mafie e delle loro imprese criminali mentre il parlamento potrebbe fruttuosamente spingere dal punto di vista culturale il Ministero e gli istituti di istruzione ad organizzare una campagna permanente di educazione civile volta contro le associazioni mafiose in modo da sensibilizzare studenti e insegnanti in un compito quanto mai necessario per diffondere i principi costituzionali contro chi mostra un così totale disprezzo per la vita umana e per chi si guadagna onestamente la vita.

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