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Differenza di fondo tra Berlusconi e Renzi

 

Il primo si è creato un contesto, il secondo ci si è adeguato e ne ha tratto una lezione.

Il problema è nostro. Nostro di noi cittadini, utenti, elettori, consumatori, osservatori, più o meno interessati, più o meno disattenti. Il problema, che poi non è un problema in senso stretto, non è di Matteo Renzi. Il problema non è Renzi e nemmeno Berlusconi, men che meno i loro rapporti politici e le scelte messe in campo. La questione, in realtà, è che noi – quelli di cui sopra – tendenzialmente non abbiamo strumenti interpretativi e valutativi adeguati. In parte questo è imputabile ai cosiddetti opinion-makers, quelli seduti nei salotti televisivi, in una redazione o al proprio l’autopsia che dicono la loro, propinano idee, opinioni, punti di vista del tutto personali, spesso privi di alcuna veste tecnica o di imparzialità. A volte faziosi, altre ingenuamente disinteressati o propagazioni di interessi economici, editoriali, politici, ideali. In parte il gap di cui soffriamo in termini analitici è dovuto al contesto, alla generale e progressivamente ridotta fiducia nelle istituzioni, nella politica e nei politici. Un dubbio radicato, in parte giustificabile, in parte condivisibile, in parte assolutamente criticabile che rischia di immobilizzare piuttosto che mobilitare. Stando così le cose abbiamo ben poche possibilità di comprendere le dinamiche, le logiche e le identità di questa fase storica del nostro Paese. È facile, di fatto, farsi trascinare in sterili e deboli polemiche, dibattiti, confronti tipo ‘chi è più furbo tra Renzi e Berlusconi?’ oppure ‘chi ha messo nel sacco chi tra i due?’ e così via, trovandosi con il punto focale spostato da un approccio più gossipparo, da rotocalco, che analitico e informativo. La questione, perché poco sopra abbiamo detto che di vero problema non si può parlare, è che Renzi, come del resto ciascuno è in buona parte il frutto dei tempi in cui si vive. In particolare, come ognuno di noi sotto i 45 anni, è il er prodotto di questi 20 anni di presenza nella scena politica di Berlusconi. Ovvero della presenza di un modello politico, comunicativo, sociale, comportamentale, culturale e identitario che è stato costruito prima di tutto attraverso una innovativa, efficace e martellante offerta mediatica (e quindi culturale, omportamentale, sociale) a partire dagli anni ’80 e poi ulteriormente sviluppato attraverso un vero e proprio percorso di tipo elettorale, politico e amministrativo. Renzi ai più non risulta interpretabile – se non attraverso categorie di dubbia utilità e di scarso valore- perché pur restando negli schemi dell’ultimo ventennio ha saputo scardinarli. Sia chiaro, non si tratta di un elogio nè di una apologia, si tratta di un dato di fatto. Renzi ha modellato la sua figura, la sua immagine e di conseguenza le sue logiche e le sue dinamiche sul modello di questi ultimi trent’anni (dicevamo 10 mediatici e 20 politici). Ciò non significa che sia un berlusconiano, ma che come noi è cresciuto con Drive-In, Pierino, i vari Rambo, Rocky, Terminator, Seagal, Norris, Paperissima, quiz vari, self-made men, etc. Come noi ha subito e in buona parte introiettato le regole comportamentali del market-oriented, l’idea di apparire prima ancora che di essere, di comunicare prima ancora che di fare. Paradossalmente, pur essendo come qualsiasi italiano nato da i ’70 in poi, un prodotto tipico italico, si fa fatica a comprenderne le logiche che noi stessi riconosciamo e conosciamo. Seguirle, cavalcarle a proprio uso e consumo, subirle o contrastarle, più o meno attivamente, appartiene ad un percorso secondario che deriva innanzitutto dal riconoscimento, una sorta di legittimazione inconscia, che operiamo e abbiamo operato nei riguardi di quelle logiche e di quelle dinamiche. Renzi, a differenza di Berlusconi, ha costruito se stesso sulla base del contesto. Berlusconi, invece, il contesto se lo è costruito. Un habitat quasi perfetto in cui muoversi, fatto quasi a sua immagine e somiglianza, attingendo dai trend socio-commerciali internazionali, mixandoli con indubbio successo al substrato tradizionale nostrano che si trovò di fronte negli anni ’70 e successivamente. Da questo habitat, a differenza di altri, Matteo Renzi ha semplicemente ricavato equazioni funzionali e funzionanti per apparire diverso e al tempo stesso accettabile, preferibile, potenzialmente ottimale. Se qualcuno sperava che 30 anni di quel modello socio-mediatico, definitivo comunemente berlusconismo (20 dei quali trascorsi con l’innesto quasi perfetto di un certo modello socio-politico), potessero portare ad un prodotto diverso da Matteo Renzi allora è, come sostenevo all’inizio, evidentemente sprovvisto di adeguati strumenti interpretativi e valutativi. Meglio sarebbe, in questo caso, guardarsi alle spalle invece che stare ad ascoltare i soliti soloni che discettano di I, II e III repubblica.

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