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Prostituzione: lo sguardo sul cliente

 

di Stefano Ciccone, presidente dell’associazione Maschile plurale

A Roma, in un quartiere «bene» si scopre un mercato di sesso, denaro e droga che coinvolge ragazzine minorenni. Sui media si moltiplica l’attenzione moralistica e al tempo stesso voyeuristica, si discute di incredibili scambi telefonici tra una ragazza e la madre.

Io vorrei provare a spostare lo sguardo per riconoscere altri soggetti che in questa vicenda rimangono in ombra, gli uomini coinvolti: gli sfruttatori, i «clienti». Ma in fondo di clienti e sfruttatori ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, si dice, mentre ci sconvolge che si prostituisca una ragazzina di 15 anni e che la madre la induca a farlo.

Proviamo a riconoscere i nostri sguardi su una vicenda come questa per capire, innanzitutto, che cosa dice di noi. Le nostre parole hanno già determinato gli spazi: parliamo di baby prostitute. Non ci limitiamo a descrivere dei comportamenti. Quelle ragazze diventano una categoria, sono «prostitute» e uno stigma ne segna l’identità. I clienti no. Tutti siamo clienti: di supermercati, di servizi, di professionisti. Ed anche quando consumiamo prostituzione non siamo segnati per sempre come «clienti», siamo liberi di entrare e uscire da quella pratica. Consideriamo la prostituzione una questione di decoro delle città e chiediamo che la polizia ripulisca le strade. Le «prostitute» nelle strade sono spesso minorenni, spesso soggette a tratta e violenza ma sono rimosse come soggetti grazie a quel processo di disumanizzazione dell’alterità che ci permette di tollerare e non vedere l’esclusione. Se le minorenni sono figlie di famiglie italiane «normali», non marginali, ciò diventa perturbante perché chiama in causa la nostra «normalità». Ma anche le prostitute nelle nostre strade parlano della nostra «normalità», perché gli uomini che vanno con loro vivono la nostra quotidianità: colleghi, amici, parenti. Siamo noi. Perché condividiamo un immaginario, una cultura, una rappresentazione della sessualità. A noi si riferiscono le pubblicità che fanno leva sul nostro desiderio promettendoci il consumo di oggetti, corpi e merci tra loro confusi. Ma quel desiderio maschile che si esprime attraverso lo scambio tra sesso, denaro e potere resta in ombra. Non riguarda solo la prostituzione ma regola le relazioni e presuppone un’asimmetria di desiderio tra i sessi, uno scambio non di simile con simile ma ineguale.

Un’innocente pubblicità televisiva ci fa vedere una mamma che dà a un bambino di cinque anni due fette di un salume con cui lui conquista una bambina che gli farà gli occhi dolci. Gli uomini devono avere qualcosa da far valere, le donne devono mettere in gioco la seduzione e la disponibilità per ottenere dividendi del potere economico o istituzionale maschile.

Ci fermiamo, dunque a giudicare le donne distinguendole tra donne per bene e donne per male: ma questa scissione è tra donne o, soprattutto, all’interno di noi uomini? Cosa ci porta, come uomini, a pensare che ci sia una dimensione della nostra sessualità alta, nobile, rispettabile, compatibile con una relazione d’amore, con un progetto di genitorialità, e poi una dimensione sporca, bassa, degradante che pensiamo di mettere in gioco con la prostituta, con la donna senza onore disponibile per denaro e non per desiderio? Che idea abbiamo del nostro corpo e del nostro desiderio per concepire questa scissione?

Paradossalmente, le due polarità femminili, la madre e la prostituta, sono in realtà meno distanti di quanto possa sembrare. Sono accomunate nella rappresentazione sociale dei sessi proprio dalla categoria della disponibilità. La madre, quella che fa sacrificio di sé per rispondere al nostro bisogno, che mette da parte il proprio desiderio per prendersi cura, è una figura di cui è rimosso il desiderio, la soggettività: è l’abnegazione dell’accoglienza. E la prostituta, ma anche la donna erotizzata della pubblicità, è la donna che non segue il proprio desiderio ma risponde al nostro. Non dobbiamo temere che possa andarsene, che possa desiderare altro, il suo desiderio è rimosso ma resta la sua disponibilità che otteniamo con il denaro. E che cosa enfatizza di più questa fantasia di un mondo abitato dalla disponibilità femminile se non la minorenne: misto di ingenuità, soggettività debole, priva di autonomia compiuta e al tempo stesso corpo virginale non segnato dal rapporto col maschile?

Ogni proiezione sulle donne ci rimanda come specchio l’immagine di noi uomini. Ma c’è un altro tema che ci chiama a una risposta collettiva, che non possiamo rimuovere ricorrendo alla reazione scandalizzata per la perdita di valori morali. Che idea di libertà possiamo provare a costruire? Noi come uomini abbiamo costruito un’idea di libertà che è libertà dal corpo, emancipazione razionale dall’emozione, libertà dalle relazioni percepite come vincolo, libertà dell’individuo padrone di se stesso. Questa idea tutta maschile ha molto a che fare con il denaro come misura di padronanza e autonomia, antidoto al rischio della vulnerabilità, che dissimula la nostra dipendenza. Ma è un’idea di libertà che viene proposta dall’ideologia neoliberista anche al femminile: il proprio corpo come oggetto posseduto e giocabile nelle relazioni di potere tra i sessi, separato dalla soggettività. Il denaro come strumento che neutralizza disparità di potere riducendole a scambio di mercato. In questa vicenda c’è anche, confusa, la sovrapposizione tra soggezione al desiderio maschile e uso disinvolto del potere della seduzione. Oltre ogni moralismo dovremmo provare a pensare un’altra idea di libertà.

Da confronti.net

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