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Lettera da Praga 2, sul diritto di vivere.

 

Naturalmente ho visto il video di Caterina e ne sono rimasto colpito. Perché questa giovane donna ha il coraggio della verità, quando troppi si nascondono per non vederla. Caterina espone un fatto: “Vivo grazie a farmaci che sono stati sperimentati su animali”. L’hanno aggredita scrivendo: “Non importa che tu viva, niente giustifica che si usino creature innocenti come cavie”. Eppure, nella sua storia, l’uomo ha sempre usato il mondo, gli animali e i suoi stessi simili, come cavia. Il paesaggio che ci circonda non sarebbe quello che vediamo, noi non vivremmo tanto a lungo, e molti cari animali (penso al cane, Baloo, morto quest’anno) non sarebbero così affettuosi e, in fin dei conti, umani, se violentando tutto quel che ci circonda non li avessimo plasmati a nostra immagine. Ciò non giustifica l’abuso. Se vedo un uomo prendere a calci un altro essere, m’indigno. Né posso accettare che si sradichi una pianta solo per vedere l’effetto che fa. Penso pure (anche se questo è probabilmente meno popolare) che gli allevamenti intensivi di animali da macello, per fornire solo carni pregiate a coccolatissimi consumatori, siano un eccesso da combattere. Niente però giustifica l’idea che una sola vita umana valga meno della nostra ipocrita e bugiarda crociata in nome della naturalità della natura. Senza l’uomo la natura non sarebbe, e se fosse non potremmo pensarla, né tanto meno amarla. L’uomo va in cerca del selvaggio quando pensa di averlo domato. Disprezza la vita umana quando ritiene che la sua vita sia al sicuro da guerre ed epidemie. Idealizza un non umano umanizzato per contrapporlo a quello che dell’uomo non gli piace, alla parte di sé e di cui farebbe a meno. Caterina ha squarciato un velo. Ora sappiamo che dietro un consumista che confonde la pubblicità del mulino bianco con la vita reale, può nascondersi un fondamentalista violento, che ipostatizza l’etica sradicandola dalla sua dimensione morale e umana. “Respiro dopo respiro”, pare che Caterina si sia fatta tatuare questa frase, metafora della sua lotta per la vita. Ma fra i nostri diritti non c’è quello di non morire o di non veder morire una persona che amiamo. Vorremmo che così fosse, ma così non è. Ho letto decine di mail di malati e familiari che rivendicano una speranza con il metodo “Stamina”.  Ho incontrato due di loro che hanno piantato la tenda davanti a Montecitorio. Credo di intendere il loro dolore. Sentirsi dire “non hai diritto alla speranza” è una tortura. E immagino, anzi so, che può esserti sbattuto in faccia senza riguardo, all’interno delle nostre strutture sanitarie, oppure opponendo un silenzio che suona condanna capitale senza possibilità di grazia né diritto a un ultimo desiderio. Penso che un tale trattamento sia disumano e sbagliato. Un mio amico medico, Christian Prestipino, sostiene che le cure individuali possono (devono, secondo lui) essere la nuova frontiera della medicina, un modo empatico e più efficace di curare. Tuttavia nessun torto subito dai malati autorizza a pretendere che le strutture pubbliche impartiscano prodotti sanitari di cui non si conosce la composizione, la cui efficacia non è provata e che, probabilmente, rappresentano il cavallo di Troia di una gigantesca truffa ai danni dei malati e della sanità. Capirei di più se le famiglie di malati, cosiddetti incurabili, chiedessero al welfare un aiuto, un sostegno economico. E che poi andassero a buttare quei soldi da venditori di sogni; almeno fino a quando non fosse provato, senza l’ombra del dubbio, che si tratti di truffatori. Ma considero la pretesa che gli ospedali di stato impartiscano i medicamenti di questo professor Vannoni un’aggressione al sistema sanitario, al diritto alla salute per tutti, al lavoro di tanti giovani impegnati nella ricerca, innanzitutto nella ricerca sulle staminali. Il futuro dell’uomo dipende anche dalla capacità di difendere la ricerca dalle emozioni e dagli interessi. Se vogliamo che i medicamenti biologici contro il cancro siano adottati in tempi ragionevoli nelle strutture pubbliche, che si faccia un uso circoscritto e mirato della capacità riparatorie delle cellule staminali, dobbiamo essere rigorosissimi con sciamani e imbroglioni. E aver il coraggio di guardare la morte e di ammettere che nessuno di noi umani può rivendicare il diritto di non morire. Si può provare a vivere, testare, rischiare, resistere alla malattia “respiro dopo respiro”.  Non pretendere che un nostro, particolare e comprensibile, diritto all’illusione scardini il lavoro di tanti nell’interesse di tutti Da corradinomineo.it

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