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Per i giornali «altri»

 

Il 30 ottobre alla sala della Mercede della camera, l’Alleanza delle cooperative (raggruppamento unitario delle diverse sigle, la più nota è Mediacoop), Fnsi, Slc-Cgil, Unione della stampa periodica, File, settimanali cattolici e Articolo21 lanciano un grido d’allarme sulle difficoltà delle testate penalizzate dal mercato. Vale a dire le cooperative, i giornali locali e quelli politici. Stiamo parlando di un centinaio di testate e quattromila lavoratori coinvolti. La crisi economica generale, la contrazione della lettura rilevata anche dal Censis, l’assenza di un governo della transizione digitale costituiscono una miscela esplosiva. La carta stampata più indipendente rischia di essere la vittima sacrificale e di arrivare al traguardo come i seicento di Balaclava.
Eccola di nuovo. La tregenda si avvicina nello scarso interesse del mondo politico, teledipendente in tutti i sensi. Anni e anni di dipendenza dalle logiche e dal potere del video a dominanza berlusconiana.
La pubblicità – in calo vistoso- è diminuita in modo particolare nell’editoria e il corpo a corpo per accaparrarsi i resti di un mondo che fu ha reso il capitalismo informazionale luddista e crudele. La rete è diventata il nemico principale e la difesa oltranzista del vecchio copyright la linea «Maginot». Nel diluvio globale le testate non profit o estranee alle linee dominanti sono un ostacolo. Rispetto al pensiero unico e all’omologazione culturale, sulla strada del privilegio da confermare ai pochi «signori della guerra». Che però perdono copie perché si assomigliano l’un con l’altro e insieme riflettono i telegiornali di punta: le «larghe intese» sono una formula di governo e un modello di subalternità. Come si vede nei e dai media.
La politica è distratta o ostile, il mercato italiano è la periferia dell’impero e le voci libere e diffuse nei territori o nei mondi associativi potrebbero scomparire. Se non si sveglia il governo, dando una mano alle buone pratiche del sottosegretario Legnini, i guai stavolta sono seri e definitivi. Il fondo dell’editoria – ripulito abbondantemente dai casi ben noti alle cronache giudiziarie, grazie alla legge 103 del 2012 ( battaglia sacrosanta condotta insieme all’allora referente Paolo Peluffo)- è ridotto a 83 milioni di euro per quest’anno. Mancano altri 50 milioni per arrivare almeno alla linea di galleggiamento. Nel 2014 ne sono previsti 54 e l’anno successivo 34. Tutti passibili di tagli in corsa, come è avvenuto qualche mese fa con l’ennesima spending review. Si prenda però da qualche altra parte: F35 e spese inutili, ce ne sono, eccome. Il fondo dell’editoria si trasformi in un «fondo per la libertà di informazione» e si vari finalmente la riforma del settore. Servono pensieri lunghi, immaginando una transizione sorretta da adeguati ammortizzatori sociali, verso un universo digitale vivo e creativo, non la danza della morte del Settimo sigillo. Studi seri, a partire da quello del New York Times, dimostrano che la stampa scritta non muore, bensì è costretta a cambiare nella temperie tecnologica secondo il percorso della mediamorfosi. On line e off line sono polarità dialettiche coessenziali per la composizione del mosaico democratico. Le testate che oggi si ritrovano a discutere e a protestare hanno ragione e rappresentano non già un burocratico fardello del passato, bensì soggetti della nuova rete dell’informazione. Un’alternativa alla costrizione dei saperi.
E così le edicole, da salvaguardare prima che diventi troppo tardi, nonché le emittenti locali, in silenziosa agonia. L’agenda digitale di cui parla sempre Enrico Letta comincia da qui. O non è.

da ilmanifesto.it

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