I sì, i no e i ni di papa Francesco

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di David Gabrielli

Tra le novità del servizio di Francesco come vescovo di Roma, giunto al giro di boa dei sei mesi, tutti hanno sottolineato: uno stile di povertà e semplicità, una libertà di spirito che lo porta a ricevere in udienza persone umili o sofferenti che hanno chiesto a lui consolazione, a telefonare a bambini che gli inviano messaggi, o a scrivere una lettera a Eugenio Scalfari, «illuminista» conclamato, che su Repubblica gli aveva posto delle domande senza prevedere che avrebbe avuto un’elaborata risposta. Insomma, un notevolissimo cambio di stile, rispetto al recente passato, che sembra voler arditamente aprire finestre sbarrate da decenni, e avviare una stagione dei «cento fiori». Ma non mancano ombre: così (piccolo esempio) in luglio Giovanni Franzoni, l’ex abate di San Paolo fuori le Mura, e uno dei rari «padri» conciliari ancora viventi, aveva scritto al papa contestando la canonizzazione di Karol Wojtyla. Non ha ancora avuto risposta.

Lo stile bergogliano non può non scontrarsi con uno status quo incrostato da secoli, per cui non sarà facile trasporre nelle nervature della Chiesa romana la sua visione ascetica e pastorale. E, poi, alcune sue uscite – come quella sui gay: «Chi sono io per giudicarli?», e l’appello alla misericordia per i divorziati – aprono delle questioni teologiche che prima o poi mostreranno tutta la loro asprezza. Il Catechismo della Chiesa cattolica, del 1992, infatti, precisa bene tutti i «peccati». La domanda è se in ogni caso quella catalogazione rispecchi i comandamenti di Dio, o se il magistero romano non sia stato, spesso, prigioniero di schemi culturali inadeguati, e tuttavia imposti come una traduzione coerente del disegno divino. Così, che significa l’invito del papa alla «accoglienza» dei conviventi e dei divorziati risposati, pur senza sottacere la «verità» del Vangelo? Ammesso che una persona sia responsabile, di fronte a Dio, del tradimento del suo patto coniugale, che farà il parroco, citando Francesco, se essa, ritenendo in coscienza ormai distrutto il primo matrimonio, e vivendo con amore la nuova unione, gli chiede l’Eucaristia?

Di fatto, confrontandolo con l’afflato evangelico da una parte, e con la modernità dall’altra, molta parte del Catechismo, soprattutto in materia sessuale e di fine-vita, verrebbe scalzato: non per negare la «verità», ma una presunta verità, quella stabilita dalle gerarchie. Proprio questa «rivisitazione», dolorosa e inevitabile, di un magistero che dovrebbe contraddirsi, appare l’acuto problema ormai posto sul tappeto. Tale questione, ci sembra, aleggia sui pensieri che Francesco ha manifestato a La Civiltà cattolica del 19 settembre. Le sue parole – umanissime, e insieme traboccanti di riferimento al Dio che «sorprende» e alla misericordia di Gesù – sono un benedetto colpo di maglio contro il legalismo vaticano, e dischiudono una nuova e promettente magna charta dell’approccio papale all’ecclesiologia e all’etica; ma, non ipotizzando che sia la stessa «dottrina», nei casi in cui può esserlo, a dover essere cambiata, non toccano la radice delle sofferenze delle persone.

Analoga, seppure su un altro fronte, è la questione dell’ordinazione della donna: il 28 luglio Francesco ha ricordato che, in merito, Giovanni Paolo II «ha detto “no” con una formulazione definitiva. Quella porta è chiusa»: parole affrettate, che non potrebbero dirimere una problematica «risolta» – si fa per dire – dai maschi senza ascoltare le donne.

Sulla gestione, poi, del potere nella Curia romana, Bergoglio è insofferente verso la permanenza di tracce di temporalismo. «San Pietro aveva forse una banca?», ha affermato un giorno, adombrando una radicale riforma dello Ior (Istituto per le opere di religione, la banca vaticana). Non l’ha detta, ma sarebbe del tutto bergogliana l’espressione: «Ma san Pietro aveva uno Stato?»; e in questo senso vanno comunque molte sue parole. Perciò ci è parso davvero strano che, un mese fa, un papa francescano abbia nominato un «Segretario di Stato» (la critica, ovviamente, non va alla persona di monsignor Pietro Parolin, ecclesiastico di tutto rispetto, ma alla denominazione della sua carica), quando già nel 1967 Paolo VI aveva ipotizzato che quel titolo si trasformasse in «Segretario papale», al fine di abbandonare ogni parvenza di potere temporale.

Non si può che sottolineare l’onda benefica di trascinamento che Francesco ha innescato con la sua giornata di preghiera e digiuno per la pace in Siria (7 settembre): con lui cristiani, altri credenti, e non credenti, hanno detto no alla guerra e sì solo alla pace. Un impegno, tuttavia, non senza conseguenze, sul versante cattolico, perché esigerebbe, tra l’altro, la messa in discussione dei cappellani militari.

Insomma, da ogni lato i problemi implicati da Francesco nella sua coraggiosa decisione di sposare «madonna povertà» e rendere più credibile la Chiesa romana come «mamma», innescano uno tsunami ecclesiale che, riteniamo, nemmeno un vescovo di Roma che viene dalla «fine del mondo» potrebbe, da solo, gestire; lo potrebbe, forse, un Concilio generale della Chiesa cattolica, aperto anche ai laici, uomini e donne. Una grande e inedita Assemblea per far fiorire gli input del Vaticano II – il popolo di Dio, la collegialità, l’ecumenismo, la libertà di coscienza… – e affrontare i temi sorti nei decenni successivi, e oggi incombenti (tra essi: un’etica condivisa tra le varie religioni; il riconoscimento reale dell’autonomia della polis; l’accettazione delle conseguenze della modernità, della democrazia e della laicità; il rapporto Chiesa romana-donna). Un Concilio per incarnare nell’istituzione la Chiesa povera e per i poveri che Francesco sogna. È eresia, sperarlo?

da confronti.net


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