Re Giorgio e il Pd. Il caffè del 14 ottobre

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Repubblica: “Amnistia, Renzi divide il Pd”. Ma per il Fatto: “Guai a toccare Napolitano, Renzi lapidato dal Pd”. Il Corriere parla della “Amarezza di Napolitano per le critiche” e gli attribuisce un invito: “Tutti dovrebbero stare ai fatti”. Per il Giornale, infine: “Nel Pd è guerra aperta (anche a Napolitano)”.

Ecco dunque il primo tema. Dico subito che la difesa di Renzi dopo il suo no ad amnistia e indulto, “la legalità è valore di sinistra” -ha detto il sindaco- non mi convince appieno. . Legalità sarà pure valore di sinistra ma è lo Stato che a lungo  l’ha calpestata. Dimenticando in carcere molte più persone di quante le celle non ne contenessero, affermando, con somma ipocrisia, che gli istituti di pena dovrebbero avere funzione educativa mentre sono luogo di tortura e scuola di crimine. Un provvedimento eccezionale, anche impopolare, può dunque essere motivato, prima che si metta mano a una riforma vera.

Ma quando Renzi afferma: “dire no al Capo dello Stato non è lesa maestà”, là sono con Renzi. Napolitano ha avuto un intero mandato, sette anni,, dopo la sua partecipazione, nel 2005, a una manifestazione promossa da Pannella, per intervenire sulle carceri con un messaggio alle camere. Non lo ha fatto. Ha atteso il momento in cui il Parlamento stava per dichiarare la decadenza di Berlusconi dal Senato e solo allora è intervenuto a suggerire indulto e amnistia. Non sarà stata questa la sua preoccupazione, d’accordo, ma con tutta evidenza il suo invito solenne ha avuto l’effetto di rianimare il ricatto:. Volete una legge contro personam? Rimettere in libertà spacciatori e migranti ma  non cancellare l’assegnazione ai servizi sociali e l’interdizione di B?

Il momento in cui cade una proposta politica entra a far parte, in modo indivisibile, della proposta stessa. E questo primo messaggio del Capo dello Stato, magari contra voluntatem, finisce con il rianimare la richiesta di una soluzione politica del caso Berlusconi. È questo che non va giù a Renzi? In verità penso che il suo disagio sia più generale. Da 5 mesi  il Parlamento non approva un provvedimento che sia stato prima mediato nella concertazione Pd-PDL-Lista Civica all’interno del governo Letta, voluto da Napolitano. È da 5 mesi, precisamente da quell‘8 aprile in cui, commemorando Chiaromonte, Napolitano propose le larghe intese, che il Pd ha perso la sua autonomia, perché a dettare la linea è in realtà l’inquilino del Colle più alto. Renzi lo sa e distingue quello che vuole diventi il suo recinti, il Pd, da altrui influenze.

Quanta all’amarezza di Re Giorgio, la capisco. Il messaggio  alle Camere era un po’ troppo dettagliato, eccessivamente prescrittivo, ma indubbiamente, con esso, il Presidente non obbligava nessuno a varare questo o quel provvedimento. Indicava al Parlamento il problema gravissimo delle carceri e il richiamo dell’Unione Europea, com’è suo diritto e dovere . Così come l’insistere del Presidente per  Riforme Costituzionali, non prescriveva la procedura che il governo ha proposto e il Parlamento sta per adottare: modifica dell’articolo 138 e costituzione di un comitato di 42 senatori e deputati.  Secondo me, i singoli atti del Presidente rientrano tutti nei suoi diritti e nei suoi doveri. Ma Il punto è un altro, ed è politico. Da almeno tre anni il Capo dello Stato sembra convinto che il problema dell’Italia non sia la destra ma l’incapacità della sinistra di stare in Europa, accettarne le regole, proporre al Paese i necessari sacrifici, sanare con un’azione riformatrice le ferite sociali, politiche e morali.  Per questo Napolitano ha visto come una iattura possibili elezioni quando, tre anni fa, Berlusconi perse la faccia e la maggioranza. Per questo ha varato e sostenuto il governo Monti. Non ha dato l’incarico pieno a Bersani permettendogli di guidare un governo di minoranza (al Senato). Per questo ha proposto le larghe intese, ha battezzato e poi sostenuto il governo Letta Alfano.

Ha torto Napolitano a sostenere che la sinistra, che il Pd non sia adeguato? Probabilmente no. Ma i guasti della politica che il Quirinali ha suggerito sono ormai sotto i nostri occhi. La destra si è riproposta con una linea di sfida aperta allo stato di diritto e al carattere liberale della nostra democrazia. Il Movimento 5 Stelle, 8 milioni e mezzi di voti a febbraio, è stato tagliato fuori dai giochi, rinchiuso in un ghetto, spinto verso una deriva demagogica e anti sistema che Grillo sta interpretando nel peggiore dei modi. A sinistra del Pd, dove prima c’era solo la lista Ingroia,  ora un grande movimento si propone di far politica con la Costituzione, ma sbatte contro il silenzio, se non contro l’ostilità, del Garante della Costituzione. Il Parlamento appare sempre più vittima della decretazione d’urgenza. La sfiducia e il non voto stanno, probabilmente,  crescendo ancora. Che dire? Con viva e vibrante gratitudine al Capo dello Stato, facciano il congresso e decidiamo in libertà che idea di futuro intendiamo adottare, con chi discutere, quali no opporre e a chi. Cerchiamo una strada, o la troviamo o passeremo ad altri il testimone.

“Tagli alla sanità, regioni in rivolta”, dice Repubblica. “Tasse sulla casa si cambia, ipotesi di un prelievo del 3 per mille per sostituire l’IMU”, Corriere. “Senza tagli niente sgravi” annuncia La Stampa, che intervista Franceschini.Per me ha ragione Letta. Non discutiamo di indiscrezioni, spesso fatte filtrare dagli stessi ministri a fini di lotta politica o per semplice vanità.

Infine segnalo che la diatriba siciliana tra Crocetta Pd è approda oggi sulle pagine nazionali con un articolo di Gian Antonio Stella. A Sant’Agata di Militello, ieri sera, ho partecipato a un dibattito promosso da Pd e Megafono che lì hanno appena vinto insieme le comunali contro un potente comitato d’affari che aveva messo le mani sul porto e su 50 milioni di fondi europei. Crocetta, ha difeso con passione  la sua “rivoluzione”, contro la politica politicante dei capi cordata (Lupo, Cracolici, Crisafulli) del Pd. Nel mio intervento gli avevo detto che la rivoluzione non la si fa da soli, che nel deserto lasciato dalla crisi del centro destra e dagli arresti di tanti killer di mafia, la “borghesia siciliana, intermediaria e parassitaria, per vocazione mafiosa, si riorganizzerà intorno all’affare delle discariche o per mettere le mani sull’acqua pubblica, i fondi europei, i porti “commerciali” che diventano “turistici”, evadendo l’IVA. Gli ho detto  che il bollino “antimafia”, nella Sicilia di oggi non è sufficiente, anzi può persino essere utilizzato da interessi mafiosi.Gli ho chiesto un confronto pubblico sul governo, per rianimare la partecipazione “rivoluzionaria” dei Siciliani.

da corradinomineo.it


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