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“L’amore è un cane blu. La conquista dell’Est” – di Paolo Rossi

 

È la sera della partitissima di Champions League Juventus – Real Madrid. Una di quelle sere in cui può accadere che, finanche un tifoso della Roma rinunci ad assistere al match che ha tenuto incollati davanti alla tv milioni di telespettatori. Ma mercoledì 23 ottobre il pubblico di Paolo Rossi era tutto lì, al Teatro Vittoria (dove sarà in scena fino al 3 di novembre), gremito per la messinscena di “L’amore è un cane blu – La conquista dell’Est”. Il Paolo nazionale non si smentisce mai, nonostante il trascorrere degli anni (e di governi) e, ancora una volta, ammalia gli spettatori con la sua dissacrante ironia. Sul palco l’attore si accompagna alla magia (e alla bravura) degli strumenti suonati da “I Virtuosi del Carso” (Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefan Bembi, Denis Beganovic, Mariaberta Blašković, David Morgan). Sullo sfondo di una scenografia surreale, dove i personaggi sembrano usciti da un film di Fellini, l’artista riporta il pubblico sul Carso, la sua terra natìa (è nato, infatti, a Monfalcone). È lì, tra il serio e il faceto che Rossi prova a ricostruire (dalle ceneri?) lo specchio di un paese che è il fantasma beffardo di se stesso. I riferimenti all’ex premier Silvio Berlusconi, che pure hanno contraddistinto tanta parte del suo repertorio in passato, sono appena accennati nello spettacolo al punto che nemmeno si nomina…l’innominato. Eccetto i chiari riferimenti all’anziano che corre dietro alle ragazzine, che suscita l’ilarità del pubblico in sala. Un pubblico che alterna alle risate (esilaranti, come sempre, le gag sulla Morte che parla con la R moscia) momenti di seria riflessione quando si ricorda Berlinguer, a cui il comico – in un immaginario colloquio dall’aldilà – tenta di spiegare “com’è cambiato il suo partito dopo 28 anni”. Un momento che raggiunge l’apice della satira politica quando Rossi cita al compianto leader del PCI Aldo Moro, che lassù sta ancora cercando Andreotti e Cossiga. È la storia che si ripete, che passa – spesso indifferente – davanti agli occhi dell’Italia, coi suoi misteri irrisolti di tanti anni fa. Il pubblico ride e lo fa di gusto. Fino all’ultima battuta. Anche se, stavolta, comincia a riflettere: forse è il caso di non ridere più ma di reagire? Un bravo, dunque, a Paolo Rossi per averci invitato col suo teatro a farlo una volta per tutte. Perché, si sa, “era meglio morire da piccoli, che vedere ‘sto schifo da grandi”.

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