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Le talpe e la mafia

 

Negli ultimi giorni, tra un esame e l’altro nella mia università, ho letto – su giornali diversi – notizie inquietanti sull’avanzata costante che le associazioni mafiose, la ndrangheta prima di tutto ma non si possono lamentare neppure la mafia siciliana e la camorra campana, riescono a compiere nella nostra repubblica. Le ultime due, piuttosto preoccupanti, riguardano la presenza ormai accertata delle associazioni mafiose nel complesso turistico costituito dagli Scavi di Pompei e l’allarme che si è diffuso in Sardegna per la crescita indubbia della diffusione del racket mafioso nei confronti delle aziende che fa temere addirittura da un momento all’altro un attentato come quello che nel 1991 portò alla morte di Libero Grassi.

L’una e l’altra notizia fanno pensare, da una parte, all’interesse che i mafiosi portano verso il patrimonio pubblico artistico che costituisce una delle più grandi ricchezze del nostro paese e che già vent’anni fa nel 1993 divenne il bersaglio di gravi attentati da parte dei corleonesi, allora al vertice di Cosa Nostra, e dall’altra, a una ripresa di vigore della pratica mafiosa del racket che prima o poi fatalmente riprenderà la pratica omicida sperimentata nei primi anni novanta. Queste letture da osservatore attento della politica italiana si sommano oggi alla notizia di quel che è successo nella Procura Nazionale Antimafia diretta dal successore di Piero Grasso nell’organo centrale di vertice della lotta quotidiana alla mafia.

Qui, a quanto apprendo, Roberti ha tolto la delega al sostituto procuratore antimafia Giovanni Donadio, incaricato a suo tempo, di indagare di approfondire le vicende connesse alle bombe che uccisero a Palermo nella primavera-estate del 1992 Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. La decisione del procuratore nasce dal fatto che il sostituto Donadio in due riunioni avvenute a metà giugno ha svolto, in  una dettagliata riunione dinanzi ai membri della Superprocura, una analitica relazione sulle indagini operate personalmente sulle stragi in cui ha ipotizzato (e altri lo avevano fatto prima di lui, come è noto) il coinvolgimento di agenti segreti ed ex appartenenti alle forze di polizia (uno, in particolare, con la faccia “da mostro” per via di una cicatrice che ha lasciato segni evidenti sul viso). Le indagini del magistrato Donadio sono durate sette anni e disegnano scenari allarmanti. Si parte da omicidi mai chiariti come quello dell’agente di polizia Nino Agostino assassinato a Palermo nell’estate del 1989 per arrivare a identificare a parlare di presenze costanti di “elementi appartenenti ai servizi  segreti, legati in particolare all’eversione di destra. ” Alcune di queste acquisizioni poggiano, a quanto si è appreso, è la lunga confessione del pentito di ‘ndrangheta Nino Lo Giudice, quello che prima si è autoaccusato  degli attentati ai magistrati di Reggio Calabria e poi è sparito dalla circolazione, inviando un memoriale in cui accusa inquirenti e investigatori di avergli estorto dichiarazioni. Ora la pubblicazione la settimana scorsa sul Sole 24 ore e sul Giornale di Calabria delle riunioni della superprocura e un nuovo memoriale di Lo Giudice hanno spinto il procuratore nazionale a intervenire ma non hanno risolto nessuno dei misteri che ancora incombono sulle stragi del 92-93 e sulle trattative-ormai accertate- tra mafia e Stato negli anni vicini e successivi. E  questo resta il più grande mistero che rischia ancora di avvelenare i rapporti tra le forze politiche e quel che resta di un’opinione pubblica democratica sempre più incerta e perplessa su quel che ci attende.

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