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Il patto tra Berlusconi e la mafia

 

Quando tre anni scrissi Populismo autoritario il libro che per primo ha raccontato ai lettori italiani la nascita e le vicende essenziali del movimento, e quindi partito,di Silvio Berlusconi, come primo prezzo che dovetti pagare, fu quello di rinunciare all’editore storico per cui avevo scritto i miei libri a cominciare dal Carlo Rosselli, che ha segnato tutta la mia carriera scientifica e universitaria, e dovetti cercarne un’altra per poter continuare a scrivere sulla storia del nostro paese.

Quindi mi trovai improvvisamente a non ricevere recensioni per il mio lavoro di storico.In quel libro che è ancora in circolazione, documentavo i rapporti di Berlusconi e del suo amico ex  senatore Marcello Dell’Utri con Cosa Nostra che la magistratura di appello ha finalmente confermato nel processo all’amico di sempre dell’imprenditore milanese. Che per il patto con l’uomo di Arcore fossero scesi in campo i capi della “vecchia mafia” come Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Gaetano Cinà e Francesco Di Carlo e ha preceduto l’ingresso di Vittorio Mangano nella villa di Arcore sono particolari citati nella sentenza che completano il quadro ma non mutano nè il contenuto dell’accordo nè le ragioni per cui il patto è stato firmato nel 1974,esattamente vent’anni prima della discesa in campo dell’imprenditore, e per un ventennio in continuazione rinnovato in modo da assicurare, da una parte, la protezione all’ultimo “uomo fatale” della destra italiana,dall’altra l’esborso delle somme di denaro utili a Cosa Nostra per rafforzare il proprio potere non soltanto in Sicilia e nelle regioni meridionali ma in tutto il territorio nazionale e nei  continenti che compongono il pianeta Terra,dall’Asia all’Australia,alle due Americhe dove le associazioni mafiose-come risulta anche da recenti ricerche sociologiche-ha raggiunto una potenza centrale.

Dell’Utri emerge dalla sentenza della terza sezione della Corte di Appello di Milano dal 1974 al 1992 come “l’intermediario tra gli interessi dei due protagonisti dell’accordo individuati come Berlusconi da una parte e Cosa Nostra dall’altra. I giudici aggiungono che l’ex senatore ha mantenuto sempre vivi i rapporti con i capi mafiosi di riferimento. Dell’Utri ha ammesso di aver indicato Mangano a Berlusconi come persona da assumere ma ha sostenuto di non essergli amico,anzi di averne paura.

Su questo punto  i giudici non credono alla ricostruzione dell’imputato. “La continuità della frequentazione, l’aver pranzato in diverse occasioni con lui,sono circostanze che hanno consentito di escludere che i rapporti svoltisi in un arco temporale che ha coperto quasi un ventennio nel corso del quale il Mangano è stato arrestato e prosciolto e poi nuovamente arrestato e poi ancora prosciolto, possano essere stati determinati da paura.” Ricostruendo nelle motivazioni anche i pagamenti sollecitati dai mafiosi a Berlusconi “quale prezzo per la protezione” con la richiesta di cento milioni formulata da Cinà e sollecitamente esaudita,i magistrati hanno potuto dimostrare quale fosse la sostanza nello stesso economica e politica del patto che ha legato da una parte il cavaliere di Arcore a Cosa Nostra e dall’altra Dell’Utri all’una e all’altra parte.

In questo senso appare più chiaro e convincente il vizio di origine che ha sostenuto la discesa in campo dell’imprenditore di Arcore e la grande responsabilità che ha oggi la sinistra di fronte al procedimento del 9 settembre prossimo al Senato della Repubblica.Se franchi tiratori emergessero nel partito democratico, ripetessero l’incidente in cui fallì la candidatura di un uomo come Romano Prodi e facessero mancare i voti necessari alla decadenza dell’ex presidente del Consiglio, diventerebbe difficile partecipare ancora alla politica  proprio in un momento nel quale viceversa sarebbe importanto che il numero maggiore degli individui pensanti e competenti dessero il proprio contributo alla ricostruzione dell’Italia.

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