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Domenico tra i suoi

 

È arrivato con un bel vestito grigio scuro, elegante. Qualcuno mormorava “ma quanti chili ha perso?” e poi con la stessa voce “certo, con tutto quello che ha passato…” Domenico Quirico non e’ comunque mai stato un omone: secco, un maratoneta dal passo svelto e leggero che lo ha portato tra le guerre in Africa e poi in Siria. Adesso è tornato tra i suoi, la moglie Giulietta e le due figlie, ma anche tra noi colleghi. Nel pomeriggio di ieri era tra i suoi amici, in prima fila quelli di tutta una vita a La Stampa. Nato ad Asti nel ’51 non si è mai mosso più di tanto, almeno di casa. E’ rimasto a Govone, in quel Roero a cavallo tra le province di Asti e Cuneo. Terra che non fa tanti complimenti, colline dolci del Monferrato che diventano alte Langhe: col freddo si gela e in estate non si sa come trovare un po’ di frescura. Arrivato al quotidiano torinese dopo essere entrato nella redazione di Asti nel 1980 e’ stato caposervizio esteri, corrispondente da Parigi e poi inviato di guerra. Tante missioni dove faceva più caldo in tutti i sensi, ma sempre con una ragione forte per partire, per andare, vedere e raccontare. È timido Domenico, ci ha salutati uno a uno, era quasi imbarazzato a vedere quella sua grande foto appesa fuori da palazzo Ceriana, a Torino, la casa dei giornalisti, dove c’è l’Ordine e il Sindacato. L’avevamo messa, per un puro caso, il giorno dopo quella sua telefonata di luglio, quando aveva avuto appena il tempo di dire alla moglie “sono vivo” e poi la linea era caduta. Ma mentre scoprivamo quella foto, mi ricordo, quella chiamata ci aveva resi piu’ sollevati. È passata tutta l’estate delle vacanze con quella foto, quel richiamo, affacciato su corso Stati Uniti, era come il fiocco giallo: un nodo alla voglia di far tornare qualcuno. Domenico ha riconosciuto la camicia di jeans di quello scatto, “la stessa” ha detto “con la quale sono tornato dalla Siria”. È stato proprio il presidente dell’Ordine regionale dei giornalisti Alberto Sinigaglia a volerlo qui, nel tardo pomeriggio di venerdì, prima della festa in un grande teatro torinese davanti alla città, davanti a tutti quelli che lo hanno sempre letto e che hanno sperato di poterlo vedere di persona a casa e al sicuro. “Prima della festa però passi da questa casa” gli hanno detto i colleghi, prima passi da noi. Lui si è lasciato scappare poche parole con voce ferma e quella “erre” arrotolata che aveva anche l’Avvocato. Poche cose belle tra cui: “non mi sono mai sentito solo, sapevo che con me c’era la mia famiglia, c’erano i colleghi e gli amici di sempre. Ogni volta che mi avete pensato, nominato, avete alleviato un minuto di quella terribile prigionia, di quell’inferno dal quale non riuscivo a venire fuori. Col mio compagno di prigionia, il belga Pier Piccinin, siamo diventati amici e fratelli della stessa sorte. Grazie per essere qui”. Non c’era davvero molto da aggiungere a quanto ha scritto tre giorni fa sul suo giornale, un numero ormai “cult”. Nessuno ha messo un fiato in più perché tra piemontesi si usa cosi’. Era  comunque il suo giorno e tutti volevano abbracciarlo o dirgli, con una stretta di mano, che grazie a quelli come lui ogni tanto, in questo paese frullato da politica grama, dove diavolo e Acquasanta dividono la stessa pagina di Facebook, ogni tanto ci si accorge che c’è ancora chi fa il nostro mestiere mettendo in gioco tutto quello che ha. Magari lo fa con quella faccia ossuta e senza la bella giacca scura che balla un po’. Ma 152 giorni tra bande di rivoluzionari finti e malviventi veri, fanno una bella differenza e una bellissima storia da raccontare.

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