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Caro PD, fissiamo il congresso

 

Per quanto con Berlusconi sia sempre incauto scrivere la parola “fine”, è certo che, dopo il pronunciamento della Corte Costituzionale sul legittimo impedimento e dopo la sentenza emessa lunedì scorso dal Tribunale di Milano a proposito del caso Ruby, l’avventura politica del Cavaliere volga al termine. Si conclude come aveva ipotizzato Nanni Moretti nel celebre film “Il caimano”, con una condanna a sette anni e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici, ma ciò che conta non sono tanto le dimensioni, pure enormi, del verdetto quanto, soprattutto, le sue conseguenze.

Da questo punto di vista, ci teniamo a mettere subito in chiaro che il governo Letta non ha nulla da temere; anzi, per quanto possa sembrare assurdo, esce addirittura rafforzato da questa vicenda perché, nel momento di massima debolezza, tutto può permettersi Berlusconi tranne che di far nascere un esecutivo a trazione nettamente progressista (composto da PD, SEL e Movimento 5 Stelle), magari guidato da Rodotà, che come priorità avrebbe, oltre alla creazione di posti di lavoro e al varo di misure in grado di condurre l’Italia fuori dalla crisi, la sua ineleggibilità e la realizzazione di norme stringenti contro la corruzione e il conflitto d’interessi. Non a caso, pur non sapendo come siano andati di preciso i colloqui, non è assurdo ipotizzare che sia Letta che Napolitano abbiano fatto presente al Cavaliere furioso che la legislatura è destinata a durare comunque almeno diciotto mesi perché le riforme istituzionali e i problemi di un Paese oramai allo stremo vengono prima dei suoi guai giudiziari, dei diktat di Brunetta e delle invettive dell’onnipresente Santanchè.

Allo stesso modo, non c’è nulla di sorprendente nelle reazioni plateali e scomposte di quasi tutti gli esponenti del PDL all’esito della sentenza: fa parte del copione, di una parte che questi signori recitano con obiettiva maestria da oramai quasi vent’anni.

Tuttavia, non è questo il punto: il punto siamo noi. Infatti, posto che il PDL non esiste più da tempo e che, per la sua evidente natura padronale, non potrà mai trasformarsi in quella destra moderna, liberale e conservatrice di cui pure il Paese avrebbe bisogno, il problema vero è cosa intende fare il PD.

Pur essendo l’unico partito rimasto sulla scena, sarebbe da folli illudersi che gli ottimi risultati conseguiti alle Amministrative bastino da soli per riscattare gli errori, le omissioni, le timidezze e gli infiniti tentennamenti di questi vent’anni e degli ultimi mesi in particolare. E saremmo ancora più folli se pensassimo di rilanciare l’idea del “partito dei sindaci”, già miseramente fallita negli anni Novanta per il semplice motivo che per governare un Paese complesso e diseguale come il nostro non basta avere buone doti da amministratore locale: occorre una visione globale ed ideale delle questioni nel loro complesso, un modello di società a cui tendere, un orizzonte da indicare ad un popolo sempre più disilluso e sfiduciato, in poche parole un’ideologia: la vera, grande assente del ventennio berlusconiano.

Per questo, è indispensabile che il segretario Epifani fissi quanto prima la data del congresso e per questo è altrettanto indispensabile che tutti coloro che intendono candidarsi si facciano avanti con coraggio ed espongano in maniera chiara e concreta la propria idea del partito e del Paese. Perché tutto possiamo permetterci, in una fase così delicata, tranne che un dibattito sterile e inconcludente, privo di slancio, di grinta, di proposte, di contenuti capaci di parlare ad una base che giustamente non è disposta a concederci altre cambiali in bianco e, meno che mai, a perdonarci lo scempio dei centouno che hanno affossato la candidatura di Prodi al Quirinale.

Senza contare che di tutto ha bisogno il Partito Democratico tranne che di abbracciare e far proprio il modello ultra-berlusconiano del leader carismatico, dell’uomo solo al comando, del populista o del demagogo di turno che è abilissimo nel raccogliere consensi ma, alla prova dei fatti, non è in grado di governare e, meno che mai, di questo rigurgito neo-liberista che inspiegabilmente continua ad affascinare sia gran parte della destra (e passi) sia una rilevante parte della sinistra.
Personalmente, concordo con quei politologi che, analizzando l’operato della Thatcher, sostengono che il suo vero “capolavoro” sia stata la nascita del New Labour, ossia lo spostamento della sinistra britannica su posizioni nettamente liberiste e marcatamente di destra che, facendo scuola, hanno condotto la sinistra al disastro in tutta Europa, dando vita a un dominio decennale e pressoché incontrastato delle peggiori destre che si siano mai viste dal dopoguerra.

Non è, dunque, di una versione riveduta e corretta del blairismo che ha bisogno il Partito Democratico e, tanto meno, di scendere a patti o portare al proprio interno personaggi che nulla hanno a che vedere con la sinistra e con i drammi e le angosce di chi fatica ad arrivare alla terza settimana del mese. Al contrario, se davvero vuole ritrovare un’identità e una ragione di esistere, il PD deve avere il coraggio di tornare nelle scuole e nelle fabbriche, nelle università e nei cantieri e prendersi a cuore le sorti degli ultimi, dei più deboli, degli immigrati, di tutti coloro che da soli non ce la possono fare ma hanno comunque il diritto di condurre un’esistenza libera e dignitosa. Come ci ha insegnato Obama in questi anni, non sarà il liberismo a condurre l’Occidente fuori dal baratro: il liberismo è il cancro che ha eroso i nostri diritti e devastato il nostro senso di comunità. Al contrario, saranno delle politiche basate sulla solidarietà, sulla dolcezza, sulla mano tesa agli ultimi e a chi è in difficoltà, sul concetto e di uguaglianza nelle opportunità e sul ripudio di ogni forma di egoismo, di individualismo e di competizione sfrenata e distruttiva.
Solo tornando a sinistra e riscoprendo i “pensieri lunghi” di Berlinguer il Partito Democratico può avere ancora un senso, tentare di rilanciarsi e magari tornare a parlare a quell’ampia fascia di italiani, a cominciare dai giovani, che ci hanno voltato le spalle perché non ci hanno visto sufficientemente attenti e partecipi della loro disperazione.

Quanto al governo Letta, in conclusione, non è vero affatto che il PD debba preoccuparsi dei malumori del falco pidiellino di turno per il semplice motivo che Berlusconi e il centrodestra non sono più nelle condizioni di dare le carte e che in questa legislatura nessuna maggioranza è possibile senza un coinvolgimento attivo dei democratici.

E avere coraggio, checché ne pensino i fautori del partito aeriforme, significa proprio questo: dire no all’acquisto degli inutili caccia F-35, dire no all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti (un cedimento al populismo che rischia di minare la tenuta stessa della democrazia) e, all’opposto, dire sì allo Ius soli, dire sì a una radicale riforma della pubblica istruzione che smantelli i disastri compiuti dalla Gelmini e da Profumo, dire sì ai matrimoni e alle adozioni da parte delle coppie omosessuali e, in generale, smetterla di assecondare passivamente l’egemonia culturale della destra che, dopo trent’anni di sconquassi, vacilla in ogni parte del mondo.

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