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Letta ci prova. Il caffè di domenica 28 aprile

 

Il titolo più efficace è della Stampa: “Il governissimo delle facce nuove”. Il Corriere della Sera ricorda chi ne è mentore e tutore: “Giorgio Napolitano, apparso a sorpresa quasi a dargli un supplemento di legittimazione”, scrive Massimo Franco. Scalfari, Repubblica, parla di “medico per l’Italia malata” e se Il Giornale gode: “Governo Dc, fine dei comunisti”, gode (di dolore) anche Il Fatto: “Governo Napolitano dell’inciucio. Gli elettori svenduti al Caimano”. Grillo non ha un giornale, ma fa sapere che dopo tre giorni è risuscitato Barabba, non Cristo!

Come cerco di fare sempre, senza aspettare di vedere il tempo che fa, ho detto subito ieri che, nelle condizioni date, il tandem Letta-Napolitano aveva ridotto il danno. Evitate le provocazioni più spudorate (Schifani, Gelmini, Gasparri, il povero Brunetta), la destra nel governo (Alfano a parte) sembra la squadretta PDL che frequentava Rainews24, quando  Mineo ne era il Direttore  (Quagliarello, Lupi. Lorenzin, Mauro) persone che accettavano, almeno, di farsi fare qualche domanda.

Dal lato Pd, non mi sembra siano stati imbarcati (almeno per ora, vedremo con i sottosegretari) i famosi 101, quelli che sbavavano per le larghe intese al punto da pugnalare Prodi. Né vedo, a parte Franceschini ai rapporti con il Parlamento, i capi delle correnti, responsabili del naufragio democratico.

Ci sono poi nel governo Emma Bonino, Anna Maria Cancellieri, Maria Chiara Carrozza, Josepha Idem e Cecile Kyenge. Auguri!  E’ comunque un governo di destra, poche storie. Saccomanni, tra Bankitalia e BCE all’economia, Moavero (la mente di Prodi) ai rapporti con l’Europa, Alfano all’Interno, Bonino agli Esteri (prepariamoci al via libera per il mega radar americano in Sicilia), poi Lupi, incaricato di proteggere il cantiere della Tav. Ma vi aspettavate un governo più di sinistra, dopo il suicidio (assistito da Napolitano) del Pd?

Piuttosto sarà il caso di confutare le sciocchezze che “con vivo e vibrante” ossequio al Re Giorgio Scalfari e altri editorialisti scrivono sul “governo di pacificazione”. Quando Togliatti tornò da Mosca nel 44 aveva qualche titolo per parlare a nome dei Partigiani in armi. Quando Berlinguer, tra il 76 e il 79 offrì una sponda alla DC accusata da piazza e Br di essere il partito delle stragi, rappresentava ancora il grosso del movimento operaio. Oggi Pd e PDL hanno invece perso quasi 10 milioni di voti. Da anni molti dei loro Deputati e Senatori apparivano avvinghiati in un abbraccio incestuoso, nei palazzi della Seconda Repubblica. La “guerra civile”, se di guerra civile si può parlare, non è tra di loro ma contro di loro. Vedremo come e se Enrico Letta saprà portare un po’ di pace. La sua nomina, favorita dal tradimento dei 101 e dal suicidio (assistito da Napolitano) del gruppo dirigente del Pd, di per sé non pacifica proprio niente.

Al contrario il governo nasce fragile fragile. Gli elettori di Berlusconi si aspettano il rimborso dell’IMU, meno controlli e magari un condono tombale. Mentre il 18 maggio i metalmeccanici della Fiom, in piazza San Giovanni, chiederanno lavoro, investimenti, ammortizzatori sociali, salari meno grami. Agli uni e agli altri, Saccomanni e Moavero non potranno che dare i resti, costretti, come saranno, comporre con gli occhiuti tedeschi ormai in campagna elettorale. Auguri! Per non dire delle attese dello “statista” di Arcore. “Continuava a parlare dei suoi processi” pare abbia sbottato, incredulo, il giovane Letta (fonte Il Fatto). Chissà come faranno Napolitano e il guardasigilli Cancellieri a salvarlo dai processi. Se lo facessero, il fossato con l’Italia si approfondirebbe. Altro che pacificazione.

E io, che farò, visto che oltre a  raccontare dovrò votare? Semplice. Chiederò ai 101 (che in esito come questo forse speravano) di togliersi la maschera. Al presidente Zanda di garantire che il gruppo parlamentare del Senato sia chiamato a discutere di politica (non solo a ubbidire alzando la mano). Chiederò a Epifani (se sarà lui il reggente del Pd) un vero dibattito con Barca e con Renzi, con Vendola e Tabacci, gli chiederò che si ascoltino Rodotà e Prodi, figure della sinistra. Ma un dibattito che coinvolga i circoli e chi ha votato alle primarie e quanti più elettori, delusi e arrabbiati. E chiederò il diritto di dire la mia, in ogni sede. Non per me – spiegherò – non perché è giusto che il dissenso si possa esprimere. No, perché un grande dibattito democratico, che abbandoni definitivamente la prassi della mediazione preventiva al vertice, è il solo modo per non morire. Per non trovarsi, dopo essersi svenati in un sostegno senza idee né costrutto a un governo a tempo, semplici comparse di un incubo: l’Italia contesa tra Grillo e Berlusconi.

Prevarrà la linea  Boccia: fuori chi non crede nelle magnifiche sorti e progressive del governo Letta-Alfano? Il congresso se lo faranno  i funzionari e le correnti che le “primarie” e Bersani avevano messo in mora? Beh, almeno avrò provato. Non sarò stato complice del suicidio.

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