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La missione possibile di Bersani

 

di Roberto Bertoni
Non sappiamo come possa riuscire nel suo intento e, sinceramente, nemmeno chi glielo faccia fare a Pierluigi Bersani di accettare un incarico tanto gravoso come quello che gli è stato conferito venerdì pomeriggio dal Capo dello Stato: un mandato condizionato per verificare se in Parlamento, e in particolare al Senato, ci siano i numeri necessari per sostenere un governo a tempo da lui guidato. Come vedete, non abbiamo parlato di forze “responsabili”: un po’ perché questo aggettivo ci riporta subito alla mente la tragica votazione alla Camera del 14 dicembre 2010, quando Razzi e Scilipoti (prontamente rieletti al Senato nelle file del PDL) contribuirono a salvare un governo ampiamente sfiduciato dagli italiani, con tutte le conseguenze che abbiamo avuto modo di vedere nei due anni successivi, un po’ perché, a nostro giudizio, il senso di responsabilità, l’amore per il Paese e la scelta di anteporre sempre il bene della comunità ai propri interessi personali dovrebbero essere condizioni imprescindibili per assumere un compito tanto prestigioso quale quello di parlamentare.

Tuttavia, c’è anche un altro motivo, meno comprensibile per chi non conosce bene Bersani, il suo scrupolo e la sua determinazione nel portare a termine la missione ai limiti dell’impossibile che gli è stata assegnata.

Molti commentatori, infatti, hanno suggerito, più o meno esplicitamente, al segretario del PD di fare un passo indietro e adottare il fruttuoso modello Boldrini-Grasso anche per la designazione del Presidente del Consiglio e, fra qualche settimana, per l’elezione del Presidente della Repubblica. Ebbene, avendo la fortuna di conoscerlo abbastanza da vicino, possiamo garantire che se c’è un politico pronto a farsi da parte nel caso in cui questa mossa dovesse rivelarsi necessaria per garantire i fragilissimi equilibri sui quali si regge l’Italia, questi è Pierluigi Bersani. Se in questa circostanza non lo ha ancora fatto, è proprio per quel “senso di responsabilità” di cui troppi “scilipoti” si sono fregiati nel corso degli anni, pur non avendone mai dimostrato nemmeno un minimo. Bersani, difatti, ha assunto un impegno con gli elettori: quello di guidare il Paese fuori dal pantano della crisi e della recessione economica; e, nonostante la vittoria a metà, alle recenti elezioni è riuscito comunque a condurre il Partito Democratico e la coalizione di centrosinistra al primo posto.

Al pari di Prodi, che nel 2008 volle affrontare a viso aperto l’aula del Senato che lo avrebbe sfiduciato, anche Bersani vuole, dunque, che siano i rappresentanti del popolo a dirgli con chiarezza se può proseguire o meno nel suo percorso istituzionale, per poi tornare dal Capo dello Stato e riferirgli l’esito delle sue personali consultazioni.

Non si tratta, pertanto, di un inutile puntiglio, come scrivono quei quotidiani che, da anni, suggeriscono al PD di accantonare l’idea di formare un governo progressista e gettarsi tra le braccia di Berlusconi, per dar vita a una sorta di “santa alleanza” in nome di non si sa quali riforme condivise. Si tratta, al contrario, di un estremo e nobile atto di dignità: nei confronti degli elettori, delle istituzioni e, non ultimo, del concetto stesso di buona politica e servizio alla comunità.

Per questo, forse, agli editorialisti che da vent’anni sponsorizzano il “governissimo” e agli sfascisti di professione che si annidano oramai dappertutto, Bersani non è mai piaciuto: perché è una persona onesta, ancorata a una visione della politica e della vita che attualmente è fuori moda. E perché ha in sé quell’umanità, frutto delle sue umili origini, che in questa società imbarbarita è considerata un difetto anziché una virtù.

Senza contare che Bersani incarna la figura dell’anti-leader nella stagione del leaderismo e del personalismo più sfrenati, misti naturalmente a una buona dose di egoismo, individualismo e ferocia per conquistare posizioni che, in realtà, non si hanno né le risorse morali né, tanto meno, le capacità politiche per ricoprire.

È per questi motivi che, personalmente, l’ho sostenuto nelle Primarie dello scorso autunno contro Renzi: perché, con tutto il rispetto per il giovane sindaco di Firenze (che negli anni a venire sarà senz’altro un’importante risorsa per il centrosinistra, essendo la sua ambizione supportata da notevoli qualità umane e politiche), mi affascinava l’idea di essere governato da quest’uomo dai valori antichi, in grado di pronunciare parole meravigliose come comunità, collettività, solidarietà, uguaglianza, merito, lavoro e giustizia sociale, trasmettendo l’idea di essere fiero di averle scandite con tanta intensità.

Non sappiamo, in conclusione, se l’Italia, sfibrata da vent’anni di berlu-leghismo, sia davvero pronta ad accettare che il semplice figlio di un benzinaio, nato in un paesino di provincia, possa assumerne la guida. E non sappiamo nemmeno quali ministri abbia in testa e quale sia il piano di Bersani per riuscire in un’impresa apparentemente disperata.

Sappiamo, però, che se dovesse riuscire nel miracolo di formare un governo di altissimo profilo istituzionale e convincere sia la Lega (ne dubito) sia i montiani sia, perché no, alcuni eletti del Movimento 5 Stelle (magari i meno sensibili ai proclami sull’imminente Terza Guerra Mondiale del guru Casaleggio) entrerebbe, di fatto, nei libri di storia. Se non dovesse farcela, invece, dovrà senz’altro fare i conti con le accuse e le ingiurie di chi è sempre pronto a saltare sul carro del vincitore ma, almeno da queste parti, sarà ricordato come un galantuomo che si è battuto fino all’ultimo con onore per tener fede alla richiesta di cambiamento che milioni di italiani gli avevano affidato.

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