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Rigassificatori nel golfo di Trieste. Come la Val di Susa?

 

La progettazione di due rigassificatori  a cavallo del confine italo-sloveno, nel Golfo di Trieste, ha  già sette anni. I rigassificatori proposti, uno di tipo off-shore, a metà del golfo, e l’ altro on-shore, nella baia di Zaule tra Muggia e Trieste,  ancora non ci sono. Ci sono però i piani, gli avalli parziali della regione Friuli Venezia Giulia e delle commissioni governative, c’è un sostegno “strategico” dei diversi governi che si sono avvicendati in Italia… 

sia di centro-destra che di centro-sinistra, e ci sono anni di polemiche e tensioni, anche internazionali, visto che i due impianti sorgerebbero  praticamente sul confine. Inevitabile, e dimostrato dalle analisi scientifiche, sarebbe l’ impatto ambientale anche nella vicina Slovenia.

Nel 2006 due società spagnole (Endesa e Gas Natural) proposero la costruzione dei due rigassificatori nell’estremo lembo settentrionale dell’Adriatico, la sua insenatura più chiusa e più densamente popolata, avvalorando così un capitolo che vede questo mare come protagonista dei grandi interessi di chi gestisce la distribuzione del metano. Dopo la costruzione del rigassificatore off-shore di Porto Viro, all’altezza di Rovigo, si continua a puntare su Trieste anche perché, da un punto di vista economico, si tratta della posizione geografica più favorevole e conveniente per l’esportazione di gas naturale in Germania.

Anche se le grandi società multinazionali ed i governi evocano puntualmente  lo spettro del freddo, del black-out energetico e del perpetuo ricatto russo, l’opzione Golfo di Trieste ha una logica ben più pragmatica e commerciale.  L’area in questione è vicina ai mercati dell’Europa centrale ed è ben attrezzata per quanto concerne le infrastrutture. Un collettore ideale per lo smistamento del gas, una fonte inesauribile di guadagni. Nel 2006 l’idea dei rigassificatori, sostenuta allora anche dal governatore “prodiano” del Friuli Venezuia Giulia Riccardo Illy e dal sindaco di Trieste , il “berlusconiano”  Roberto Dipiazza,  accarezzò dolcemente anche il minnistro degli esteri sloveno Dimitrij Rupel. La Slovenia cominciò poi a pensare persino a un terzo rigassificatore, con investimento tedesco (la TGE-Gas Engineering), da piazzare a pochi metri dal centro storico di Capodistria.

Ma i sogni metanieri di tanti impresari e politici si scontrarono sin dall’inizio con una deciso “no” della popolazione interessata e delle comunità locali, sia in Italia che in Slovenia. Subito dopo le prime rivelazioni sui piani di rigassificazione nel golfo, gli ambientalisti si mobilitarono a cavallo del confine e raccolsero in pochi giorni, soprattutto con l’aiuto attivo del settimanale sloveno Mladina, oltre 40 mila firme, sia slovene che italiane. Ma il fronte italo-sloveno anti-rigassificatori  non propose, e continua a non proporre ai reciproci governi di rinunciare al gas ed ai rigassificatori, bensì di individuare delle soluzioni alternativee condivise,  che siano meno rischiose di quelle avanzate finora.

Un esempio potrebbero essere l’uso congiunto delle piattaforme dismesse della croata INA a sud della penisola istriana o quelle abbandonate dell’ Agip, al largo della costa italiana. Inoltre, sottolineano i detrattori, le tecnologie proposte nel 2006 sono oggi già obsolete e insicure, mentre si sviluppano nuovi impianti di rigassificazione che operano sulle stesse metaniere o in mare aperto senza il bisogno di attracchi a rischio. Gli ambientalisti indicano diversi pericoli, ambientali e di sicurezza. Le condizioni per impianti del genere nel Golfo di Trieste non ci sono; a rischio è il mare, la pesca e il turismo, la sicurezza della popolazione e gli stessi interessi dei porti di Trieste e  Capodistria che con il traffico delle gigantesche metaniere sarebbero sottoposti a inevitabili limitazioni.

Dopo sette anni di dibattito e polemiche , con qualche escursione anche a Bruxelles,  il fronte bilingue del “no” ai rigassificatori  nel Golfo di Trieste si è esteso e consolidato, anche politicamente. Sotto la spinta dell’opinione pubblica la Slovenia ha fatto dietro front e ha minacciato una querela europea se l’ Italia dovesse insistere con i rigassificatori sul confine. Ma al di là di un’opposizione transfrontaliera sempre meglio coordinata ( contrari sono ormai tutti i comuni  italiani e sloveni direttamente interessati ; Trieste, Muggia, Dolina, Grado, Capodistria, Isola e Pirano, e anche la Provincia di Trieste) , il fronte anti-rigassificatori ha fatto proprio un approccio qualificato e scientificamente attendibile,  cui i sostenitori degli impianti replicano con sempre maggior difficoltà.

Alla testa della contestazione ci sono rinomati scienziati, professori universitari, esperti di protezione civile e persino il sindacato dei vigili del fuoco del Friuli Venezia Giulia.  Le valutazioni alternative sui possibili impatti dei rigassificatori nel golfo sono stati raccolti e pubblicati di recente sulla rivista ambientalista triestina Konrad (http://www.konradnews.it/).

Sul fronte politico anche i partiti che appoggiavano l’operazione rigassificatori hanno smussato i toni. E se ieri erano contrari solo verdi, comunisti ,vendoliani e una parte del PD, in questi giorni a Trieste il sindaco democratico Roberto Cosolini ha convinto anche Bersani e la Serracchiani che i rigassificatori non s’ hanno da fare. A Roma l’unico a crederci ancora ostinatamente sembra essere il ministro dello Sviluppo economico Corrado  Passera, deciso ad accelerare l’iter per la costruzione dei discussi impianti,  mentre quello dell’ambiente Corrado Clini frena, conscio dell’inattualità di un progetto che data ormai sette anni e che è stato sorpassato dalle nuove tecnologie.
Sembra che  quello dei rigassificatori nel Golfo di Trieste rimarrà  un osso duro per il prossimo governo. Se si volesse insistere contro l’unanime opposizione  nel Golfo di Trieste, questo potrebbe diventare presto una seconda Val di Susa. Con l’aggravante internazionale.

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