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Dossetti, un esempio per le nuove generazioni

 

di Roberto Bertoni
Leggere il saggio di Roberto Di Giovan Paolo, dedicato alla straordinaria figura di don Giuseppe Dossetti, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, è forse il miglior modo per affrontare questa campagna elettorale. “Dossetti, il dovere della politica”, infatti, è un buon antidoto ad una competizione che sta diventando, giorno dopo giorno, sempre più triste, in un clima da fine impero che non può che nuocere ulteriormente alla già scarsa credibilità di cui gode la nostra classe politica. È, dunque, un libro che è uscito al momento giusto, quando nel Paese si avverte più che mai il bisogno di un confronto alto e ricco di contenuti e si è, invece, costretti ad assistere alle mirabolanti promesse, tutte naturalmente irrealizzabili, di una serie di personaggi in cerca d’autore e di un uomo che, dopo aver governato per quasi dieci anni, ha ancora il coraggio di presentarsi davanti agli italiani per chiedere loro di accordargli la propria fiducia. Ed è, infine, un libro che, attraverso il racconto storico delle intuizioni, delle idee, delle proposte e dei princìpi morali che animarono questo singolare esponente del mondo cattolico, si pone in realtà l’ambizioso obiettivo di fornire al centrosinistra (e, in particolare, al Partito Democratico) una solida base culturale e valoriale dalla quale partire in vista delle importantissime sfide che lo attendono nei prossimi mesi.

Naturalmente, data la portata della ricorrenza, non è l’unica opera uscita sull’argomento e induce a riflettere il bel dibattito che si è aperto in questi giorni non solo sull’attualità o meno del personaggio Dossetti ma, soprattutto, sulla sua concezione del mondo, della vita, dell’economia, dei rapporti umani e delle relazioni sociali. In poche parole, sulla politica, intesa nel suo significato più nobile.
Trasferendoci ai giorni nostri, non essendo uno studioso ma un semplice appassionato del pensiero dossettiano, mi limiterò ad alcune considerazioni – peraltro ben illustrate da Roberto nel suo saggio – in merito all’attualità di un modello che sarebbe, a mio giudizio, l’unico oggi in grado di condurre l’Italia e l’Europa fuori dal trentennio barbaro del neo-liberismo, della scomparsa dei partiti e dello svuotamento dall’interno delle istituzioni e, nel caso italiano, dei princìpi e dei valori fondanti la nostra Costituzione.

Dossetti, difatti, attribuiva ai partiti una funzione socratica, riscoprendo il concetto della maieutica per esortarli a generare discussione e confronto nella società e poi, solo in un secondo momento, a trasferire il frutto di quest’elaborazione culturale all’interno dell’esecutivo, in ciò scontrandosi con la visione governativa e brutalmente realista di De Gasperi. Tuttavia, e qui risiede la vera grandezza del messaggio dossettiano, egli era convinto anche che le idee venissero prima delle aspirazioni dei singoli e che il partito, al pari del modello di sviluppo sociale ed economico, non potesse prescindere da princìpi – a suo dire – basilari quali il senso di comunità, la collettività e la fratellanza.
Senza dimenticare un’altra grande lezione dossettiana, così viva da aver animato per mesi il dibattito all’interno al Partito Democratico: la capacità e il coraggio di uscire di scena, ritirarsi, cambiare vita e mettere la propria esperienza al servizio delle giovani generazioni; e, al tempo stesso, la saggezza di andarsene al momento opportuno, non per via del limite posto ai mandati parlamentari (che nella DC dell’epoca non esisteva), quando si ritiene di aver detto e dato tutto e si avverte la necessità di dedicarsi ad altro e continuare a fornire il proprio contributo alla vita politica in un ruolo differente.

Non a caso, pur essendosi ritirato dalla politica attiva nel 1951 (fatta salva la breve parentesi del ritorno, su richiesta del cardinal Lercaro, e della sconfitta alle Comunali di Bologna nel 1956 contro il comunista Dozza), la presenza e la validità degli insegnamenti dossettiani si sono sempre fatte sentire tra i cattolici democratici italiani, orientandone le scelte e guidandone, in molti casi, l’azione politica.
Il libro di Roberto, pertanto, ci restituisce l’immagine del Dossetti demiurgo, creatore di una scuola di pensiero e capace di esserne il primo interprete, con la sua autorevolezza spirituale, anche dalla Terrasanta, fino all’ultimo indimenticabile, impegno per difendere la Costituzione che aveva contribuito a redigere dagli attacchi e dalla volontà di modificarla sostanzialmente manifestata dal primo governo Berlusconi.

Pagina dopo pagina, si delinea il profilo di un uomo senz’altro rivoluzionario, capace di porsi, soprattutto oggi, nel vuoto cosmico di un dibattito pubblico privo di idee e sentimenti, come un esempio positivo per le nuove generazioni che si affacciano alla politica, animate dalla speranza di poter contribuire a cambiare lo stato delle cose.
Per questo, bisogna essere grati a Roberto e a tutti coloro che, attraverso un certosino lavoro di ricerca e analisi storica, sono riusciti a sottrarre all’oblio la memoria di uno dei protagonisti di alcune tra le più celebri svolte (si pensi, su tutte, al Concilio Vaticano II) che hanno caratterizzato il Novecento. E bisogna essere loro grati anche per un altro motivo: perché nel buio di questo tempo senza storia e senza prospettive, la minuziosa ricostruzione del pensiero e delle intuizioni di un personaggio sempre avanti rispetto alla propria epoca restituisce a tutti noi non soltanto il dovere ma, più che mai, il piacere di dedicarci attivamente alla politica e la ferma volontà di continuare a credere, sperare ed impegnarci per costruire insieme una società e un avvenire migliori.

P.S. Dedico quest’articolo alla memoria di Tania Passa, straordinaria compagna di innumerevoli avventure. Il nostro impegno, d’ora in poi, raddoppierà per onorarne il ricordo conducendo a termine le nostre battaglie.

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