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Le due Slovenie e le minacce golpiste di Janša

 

Il premier sloveno Janez Janša è ormai in minoranza anche in parlamento. Ma invece di dimettersi minaccia l’uso dell’esercito, attacca i giornalisti e definisce la protesta popolare “fascismo di sinistra”. Intanto si prospetta un “Monti” sloveno, il banchiere France Arhar.
Venerdì  otto  febbraio, nella  giornata in cui la Slovenia omaggiava la Cultura e la figura del poeta nazionale France Prešeren, e mentre il paese gioiva per le vittorie sciistiche della solare  Tina Maze, Lubiana  ospitava  nella stessa piazza, ma con alcune ore di distacco, due manifestazioni  politiche diametralmente opposte.  La prima organizzata  dall’ Assemblea per la Repubblica, una struttura filogovernativa  vicinissima al partito democratico sloveno (SDS) del premier Janez Janša e alla Chiesa cattolica, la seconda molto più spontanea; la protesta dei social network e del mosaico movimentista che contesta il governo, la sua politica neoliberista e la casta politica.

Due manifestazioni per cogliere , anche attraverso le iconografie, i suoni e i linguaggi in piazza, le due anime della Slovenia. La prima conservatrice e bigotta, prevalentemente rurale, visceralmente anticomunista e antiliberale. La seconda un patchwork di tensioni sociali urbane, cosmopolite, multiculturali, coincidenti, nella protesta contro l’attuale potere,  con l’antifascismo tradizionale dalle radici nella resitenza partigiana e nell’epopea jugoslava. Due Slovenie a confronto, un confronto voluto a tutti i costi dal premier Janša che ha ordinato ai suoi militanti di portare in piazza, lo stesso giorno, nello stesso luogo dell’annunciata protesta popolare, quanti più “sloveni veri” pronti a contrastare,anche fisicamente, a suon di musica patriottica e bandiere slovene, quello che il presidente di governo ha definito testualmente “il fascismo di sinistra.”

La prova di forza si è risolta per Janša con uno smacco senza precedenti. L’ Assemblea per la Repubblica ha mobilitato il suo popolo nelle province, affittando tantissimi autobus e portando nella capitale – come a suo tempo faceva in Serbia il leader nazionalista Slobodan Milošević- militanti, simpatizzanti e fedeli dagli angoli più reconditi del paese. Ha schierato un servizio d’ordine impeccabile, contrassegnato sul dorso dalla pantera nera carantana, un simbolo in voga tra i gruppi paramilitari dell’estrema destra slovena. In piazza però Janša e la chiesa non sono riusciti a racimolare più  di quattro mila persone, anche se la polizia, controllata dal partito organizzatore, esibisce la cifra di nove mila.

La cifra sarà poi smentita dalle immagini aeree trasmesse in TV. Un fallimento. In prima fila ha schierato i calibri da novanta della destra politica slovena; ministri, europarlamentari popolari, teologi, deputati e persino l’avvenente moglie del premier Urša Bačovnik. L’atmosfera della manifestazione odorava di campagna,  di brodo e crauti con salsiccia. Anche il programma culturale si è svolto all’insegna del blud und boden , e persino i discorsi – tra i quali quello sintomatico del ministro della difesa- attenti a non irritare troppo e a far leva su un patriottismo tout-court  di stampo casereccio – si sforzavano di offrire un’immagine buonista della destra slovena.

Sforzo inficiato alla fine del meeting dal discorso alla piazza via skype del leader Janez Janša in persona, in diretta da Bruxelles. Janša attacca frontalmente e senza mezzi termini quella che definisce la “sinistra di transizione” , colpevole secondo lui di tutti i mali della crisi. Poi  porta l’affondo ideologico oltre il limite della sopportazione, evoca  i pericoli che per la democrazia rappresenterebbero gli eredi della resistenza partigiana,  taccia i suoi critici di “fascismo di sinistra”, li accusa persino di emulare il nazismo e l’ olocausto.  Poi spara sui media, rei di simpatizzare con la protesta eversiva, e lancia un chiaro e minaccioso monito a chi lo critica ” Smettetela, non ce la farete ! Le istituzioni democratiche dello stato sloveno, l’esercito sloveno e la polizia hanno il dovere di tutelare ogni cittadino, senza distinzioni. E questo è quanto faranno!” . La minaccia di una soluzione repressiva contro “i sovversivi”  infiamma la cittadinanza che poche ore dopo l’ happening filogovernativo inonda la piazza e le vie del centro. La polizia ammette 20 mila partecipanti alla protesta anti-governativa, ma in verità ce ne sono molti di più, probabilmente il doppio.
Non ci sono violenze, la protesta è gestita dai creativi, si susseguono delle performance artistiche ben coordinate da Matija Solce, un giovane artista e militante capodistriano con recente tirocinio  nei movimenti di protesta in Cile. Matija è la mente del Protestival, una rassegna artistico-musicale che fa da colonna sonora alla protesta mantenendola su una sponda pacifista, multiculturale e libertaria. A suggellare l’ironia sono dei mimi truccati da zombie che orientano la folla al posto del servizio d’ordine. Qualche settimana fa il partito di Janša aveva definito i manifestnati degli zombie. Ma le performance della contestazione è varia e colorita; chi canta l’Internazionale, chi si cimenta con un rap, chi suona  jazz e chi recita poesie. Gli interventi si susseguono; un ex operaio dell’ industria TAM di Maribor, fallita negli anni dopo l’indipendenza, racconta la propria storia  e quella della rapina dei tycoon foraggiati dal clientelismo politico. Si solidarizza con la Palestina e con i compagni croati e serbi. Una Slovenia, quella della protesta in piazza che sembra un altro pianeta rispetto al folklore tradizionalista di Janša.
Janez Janša è ormai in minoranza anche in parlamento. Due dei partiti di colalizione lo hanno abbandonato, e anche gli altri due cercano un nome alternativo da proporre alla testa di un governo tecnico transitorio. La scelta sembra indirizzarsi verso l’ex governatore di Banca Slovenia France Arhar, uno papabile per tutta la destra, compreso Janša.  Il voto sulla “sfiducia costruttiva” potrebbe avvenire quindi nei prossimi giorni. Ma il leader della destra sembra ignorare la realtà e continua a lanciare i suoi strali, mobilitando- dal bunker- i suoi militanti piú fedeli. Ciò che più inquieta è il linguaggio da guerra civile e golpista usato questa volta dal premier. Uno spettro, quello della guerra civile, che si evoca con irresponsabile leggerezza in un paese che la seconda guerra mondiale aveva tagliato in due; una Slovenia “bianca”, clericale e tradizionalista, alleata del nazifascismo e una Slovenia anticlericale, liberale e comunista che al nazifascismo e al collaborazionismo aveva risposto con una insurrezione armata. Oggi lo scontento popolare e la restaurazione di Janša sembrano rievocare, più che in qualsiasi altro paese europeo, i miti e le divisioni ideologiche di quell’epopea. E mentre afferma di avere in Europa tanti amici pronti a sostenerlo, Janša continua a piazzare i suoi fedelissimi nell’ esercito e nella polizia.

*la foto è tratta da Pop Tv

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