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I beni confiscati alle mafie contro la crisi

 

di Umberto Di Maggio
L’Italia è in crisi economica. La parola d’ordine, adesso, è spending review. Nel frattempo i capitali fuggono via e si riducono prestiti per aziende e privati. E’ lecito chiedersi, allora, se oltre all’austerità ed il rigore non si debbano trovare nuove strategie per impiegare e far fruttare la vera ricchezza del nostro Paese

: lo straordinario patrimonio artistico, culturale e naturale. E’ il caso, ad esempio, dei beni confiscati alle mafie che raccontano gli sforzi di una Nazione che ha saputo generare l’antivirus per sconfiggere la malattia della criminalità organizzata e che sono, quindi, strumento di promozione dei nostri territori.I tanti immobili (case, appartamenti, terreni agricoli, strutture rurali, ecc.) un tempo appartenenti a cosche, clan e ‘ndrine non costituiscono, quindi, delle autentiche ricchezze attraverso cui è possibile superare la crisi?La risposta non può che essere positiva se si fa riferimento ai risultati conseguiti grazie all’applicazione delle legge n° 646/82 che porta il nome di Pio La Torre, deputato e sindacalista ucciso dalla mafia 30 anni fa a Palermo.Essa, che istituisce il reato di associazione mafiosa e la confisca dei patrimoni alla criminalità organizzata, è stata poi completata dalla legge di iniziativa popolare n° 109/96 che ne disciplina l’uso sociale. Grazie a questo impianto normativo, nel corso degli anni, si sono moltiplicate le esperienze di restituzione alla collettività del “maltolto”: in Sicilia come in Calabria, in Puglia come in Campania sono sorte, infatti, numerose esperienze di agricoltura biologica, assistenza alle fasce deboli, turismo responsabile, formazione di eccellenza, integrazione interculturale, che hanno consentito, anche, il reimpiego lavorativo di centinaia di giovani del Sud altrimenti costretti ad ingrossare le cifre dello tzunami demografico e del disagio sociale. Inoltre, tutte queste sono testimonianze concrete di auto impresa innovativa, giovanile, solidale, cooperativistica, ecosostenibile fuori dal tradizionale schema del posto fisso attraverso cui è realizzabile la sperata ripresa economica.

I dati al settembre 2012 dell’ANBSC, Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati, ci informano che complessivamente sono circa 12.000 le strutture strappate alle consorterie mafiose. Di queste più di 10.000 sono immobili. La valutazione prudenziale farebbe attestare il valore complessivo a circa 20 MLD. Questi dati, a cui andrebbe aggiunto il valore prodotto dal riutilizzo sociale, ci descrivono l’urgenza di un nuove politiche di governance che vadano oltre la tradizionale logica emergenziale e che siano a beneficio di tutta la collettività. Di contro, ci danno un’idea di quanto strategica sia l’aggressione ai patrimoni frutto di attività illecita per lo sviluppo economico, che si concretizza solo attraverso un patto di responsabilità tra pubblico e privato.
Sostenere queste progettualità costituisce sicuramente una forma di investimento pubblico di alto valore che, al pari della realizzazione di “Grandi Opere”, favorirebbe l’occupazione delle fasce deboli della popolazione minando, per questo, il consenso alle mafie. Al contrario, prevedere una loro messa all’asta scardinerebbe i valori fondanti del riuso sociale intorno al quale si concentra la battaglia civile e politica contro mafie e criminalità organizzate. Chi ricomprerebbe la casa che un tempo apparteneva a Totò Riina? E a che prezzo? L’approccio di chi scrive non è dogmatico e tantomeno anacronistico. Punta invece a sottolineare che per sconfiggere la mafia è necessario un occhio critico che punti strategicamente sul lungo periodo. Non è possibile infatti intendere le proprietà di questa o di quella consorteria criminale soltanto come uno strumento per fare cassa e per risolvere i problemi di bilancio del breve periodo. Se l’ambizione è quella di ridurre i tempi e snellire le procedure burocratiche allora vi è bisogno di un reale potenziamento dell’Agenzia nazionale e dell’attività dei suoi uffici. E’ questa l’unica via insieme al riuso sociale che oggi consente l’emancipazione dal bisogno e dal ricatto mafioso. Lo testimoniano i successi delle tante realtà di giovani imprenditori nate in questi anni in memoria di Pio La Torre e delle tante vittime della violenza mafiosa. A loro bisogna fare riferimento per raccontare una nuova storia: quella di un Italia libera da mafie e corruzione.

http://www.liberainformazione.org/news.php?newsid=19210

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