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I sublimi tormenti di Soutine e Modigliani

 

Con ideale continuità due Musei parigini hanno riannodato in modo singolare i fili sparsi dei protagonisti delle Avanguardie come un racconto itinerante, che attraversa le colline di Montmartre e Monparnasse. Le mostre “La Collectione Jonas Netter – Modigliani, Soutine” alla Pinacothèque, e  “Chaim Sautine-L’Ordre du chaos” (fino al 21 gennaio) all’Orangerie, hanno ripercorso le storie artistiche e private dei pittori che hanno ridisegnato il ‘900, coniugandole all’avventura dei collezionisti che determinarono le tendenze della modernità. Accanto ai famosi mercanti d’arte, come Vollard, Durand-Ruel, Rosemberg, Alexander e i fratelli Stein, vengono alla luce figure decisive rimaste a lungo in ombra.

Quest’autunno parigino che si sta inoltrando nell’inverno ci ha così permesso di rivivere l’atmosfera della vita bohèmienne, sospesa fra la “Butte” e la “Ruche”, fra la “Rive gauche” e la “Rive droite”, invogliandoci a vagare per la città sulle tracce dei luoghi rievocati dalle expo, alla ricerca di piccoli scorci e immagini ancora preservate dal tempo. Lo spirito dell’epoca e gli straordinari mondi di Leopold Zborowski, Jonas Netter e Paul Guillaume, raffinati conoscitori d’arte, più mecenati che galleristi, sono stati ricreati nelle suggestive messe in scena alla Pinacothèque, attraverso un originale percorso tracciato dalle pennellate di Soutine, Suzanne Valadon, Utrillo, Derain, de Vlaminck, Antcher, Krémègne, Ebiche, Hayden, Modigliani; e all’Orangerie, con una retrospettiva del pittore russo dall’animo espressionista. Parallele a quelle degli artisti, si delineano i profili dei loro mentori e delle loro utopie.

Spicca, singolare, la personalità di Netter, nato nel 1866 in una famiglia dell’alta borghesia ebraica di Strasburgo, brillante pianista e collezionista per vocazione. Uomo discreto, di grande sensibilità, in perenne conflitto con un mercato in piena espansione e mutazione, interessato più all’amicizia con i suoi pittori che al denaro. Nel 1915 acquista il primo quadro di Modigliani: ed è subito colpo di fulmine! Più difficile il rapporto con il solitario, ribelle, Chaim Soutine, ebreo di Minsk, giunto ventenne a Parigi  per sfuggire ad un destino di miseria e violenza, tra pogrom e ghetti, crudeltà familiari e soprusi della sua comunità. Protettivo fu invece il legame verso Maurice Utrillo, eterno fanciullo disincantato, preda fin dall’adolescenza dei fumi dell’alcol, simbolo dell’artista bohèmien di Montmartre, in cui creatività e dissolutezza si fondevano in modo sublime.

Léopold Zborowski, di origine polacca, poeta mancato e uomo brillante, volubile, amante della mondanità, “marchand en chambre” squattrinato, stringe con Netter un vero e proprio sodalizio professionale all’insegna del comune ideale per “una cultura rivolta a tutti”. Se gli Stein e i loro salotti si dividevano tra Matisse e Picasso, Netter e Zborowski scommettevano sui talenti dei “Maudits” e sui destini più incerti. “Ho incontrato un pittore che vale due volte Picasso”, confidò il polacco nel ‘16 alla moglie, parlando di Modì. Atipica la figura di Paul Guillaume, autodidatta, nato nel 1891 in una modesta famiglia di commercianti a Montmartre, cresciuto all’ombra del Bateau-Livoire, introdotto nel mondo dell’arte grazie all’amicizia con il poeta Guillaume Apollinaire.

L’allestimento alla Madeleine si è svolto attraverso una modulazione lineare di piani incrociati fra Arte e Vita. Sono i luminosi e pastosi cieli chiari di Utrillo, il grigiore luccicante delle strade dal pavè sconnesso, gli edifici disposti in geometrie perfette ed armoniose, ad introdurci negli scenari urbani della quotidianità popolare parigina del tempo. Può essere un lampione, un filare d’alberi, una cancellata o la scalinata di Rue Muller a Montmartre, a definire la profondità della prospettiva. I toni spenti di una freschezza sorprendente si accendono dopo il 1907 di tocchi turchesi, verdi, dorati, vermigli, le linee si fanno più nette e gradualmente negli anni le regolarità si accentuano. Una leggerezza e un equilibrio stilistico sotto cui covava un’anima instabile, tormentata, provata dall’orrore del manicomio, segnata dalla derisione per il soprannome “Le fou de la Butte”. Alle sue tele si contrappongono quelle di Suzanne Valandon, madre adorata e sua prima maestra. Paesaggi fauves dai colori brillanti, nudi dalle forme solide e sensuali, che si staccano nettamente dai fondi scuri o dai drappeggi arabescati. Una pittura piena di vitalità ed energia, a tinte forti, che rispecchia il suo bisogno di riscatto sociale di figlia di lavandaia e di padre ignoto; modella a quindici anni negli atelier degli Impressionisti, amata da Renoir, Toulouse-Lautrec e Degas, che la introdussero all’arte e alla vita. Per Derain, invece, i colori erano “cartucce di dinamite”, pronti ad esplodere in schegge incandescenti dai toni scuri, ben bilanciati, come nelle “Grandes Baigneuses”: sintesi perfetta della lezione di Cézanne e dei paradisi esotici di Gauguin. Gli fa da contrappunto la sanguigna pittura infarcita di note “popolari”, anarcoidi, di De Vlaminck, evocanti nordiche atmosfere e orizzonti sconfinati, estranei “alla disciplina da caserma del cubismo”, scriveva.

La raffinatezza estetica e le verità nascoste dell’animo, le brucianti passioni e gli squilibri interiori, sublimati in forme melodiose e nitide da Modigliani sono come sempre folgoranti. Il ritratto malinconico della “Fillette en bleu”, la bambina dagli occhi turchini che come un angelo offeso sembra racchiudere nello sguardo innocente e nelle braccia serrate i segreti delle cose, s’illumina nel chiarore circostante, interrotto solo per la lieve ombra e la concretezza del nero sui capelli e le scarpe. L’enigma dell’esistenza frantumata di Modigliani è speculare al ritmo della sua pittura di intima spiritualità e languida carnalità. Meravigliosi i suoi ritratti affusolati di donne, sembrano fluttuare in un’altalena infinita di sentimenti, tra la pienezza dei volumi e il gioco elegante dei contorni. Quelli di Jeanne Hébuterne parlano di lui e di un amore esclusivo, silenzioso, dannato, imbevuto di
lacerazioni sparse nella ragnatela di sogni e delusioni, consumati senza corruzione.

Jeanne “Jeune fille rousse”, i capelli sciolti ad incorniciare il pallore del viso, ha i colori caldi della sensualità, ”Jeanne au hennè”, animata da soffici riflessi di luce, posa le mani sul ventre a difesa dell’evidente maternità. L’apparente malinconia suggerisce la possibilità di una felicità, che da lì a poco però svanirà in una doppia tragedia.
L’Orangerie, fra le evanescenti Ninfee di Monet, natura che si trasfigura in luce e rimanda alla fluidità dello spirito e alla concretezza delle cose, accoglie la carnalità travolgente di Chaim Soutine. Si può ammirare la sua arte “dove la misura e la demenza lottano e si compensano”, secondo Guillaume, suddivisa in modo tematico tra paesaggi, nature morte e ritratti: un’esplosione di emozioni, ossessioni, disfacimenti, passioni devastanti. E’ il rosso febbrile a dominare i suoi quadri, insieme al bianco accecante e ad un’orchestrazione di verdi, blu e gialli assordanti. Una libertà cromatica, a tratti violenta, una composizione di elementi pervasi da un dinamismo sfrenato, scossi da repentini contrasti di luce e continue dissonanze. Sono le carcasse oscene degli animali scannati, simboli emblematici di barbarie infinite a farci sussultare. Le interpretazioni deformanti di strade, case, alberi, attraverso il prisma emozionale del suo furore, ci rivelano il suo stile e il carattere complesso e travagliato, scisso fra remote barbarie e lancinanti tenerezze.

Spezza la notte la “La Fillette”, stretta nell’arancio della veste e nella fragile innocenza . E’ già fuori dal Paradiso l’altra “Fillette” in giallo, con lo sguardo perso, abbandonata sulla sedia con la sua bambola di pezza . La “Folle” (in realtà una contadina), gli occhi stralunati e le grandi mani nodose posate sulle ginocchia, quasi possedessero vita autonoma, sostituisce ogni parola possibile per farci capire la doppiezza della realtà e i tanti equivoci dell’anima. Posano solenni, rivendicando la dignità dei loro umili lavori sia il sorprendente  “Le Petit Patissier” dalle spropositate orecchie, sia “Le Garçon d’étage”, il cameriere d’albergo stretto nella sua uniforme. Svettano, elevandosi verso il cielo, le case e gli alberi sferzati dal vento, in movimenti diagonali e rotatori che quasi sospingono i colori fuori dalla tela, in un perdersi e rincorrersi nella ricerca estrema di imprimere con il pennello un impossibile equilibrio interiore.

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