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La non-violenza che non fa notizia

 

Sull’ultimo numero de “l’Espresso” Roberto Saviano scrive un articolo che merita attenzione particolare: “Troppe verità non fanno notizia”, è il titolo; e il sommario riassume: “Quando Moro fu rapito, Montale avvertì il rischio che i giornali fossero la cassa di risonanza delle Brigate Rosse. Il sensazionalismo oggi necessario ai media fa ignorare le iniziative sulle proteste pacifiche o sugli scioperi della fame dei detenuti”. Questione intrigante e più che mai attuale.

Più volte, anche su “Articolo 21” abbiamo osservato che le iniziative nonviolente, anche quando riuscivano ad assumere dimensioni “di massa” come la “battitura della speranza”, in decine di carceri e che ha coinvolto centinaia, migliaia di detenuti venivano mortificate con una ferrea censura da parte dei mezzi di comunicazione: rari i servizi televisivi, ancora più rare le cronache sui giornali; nessuno dei pur numerosi editorialisti, commentatori, titolari di rubrica, che pure intervengono su tutto e di più, che abbia prestato la benché minima attenzione a queste due iniziative di nonviolenza di massa. Al contrario, se per esempio qualche militante del movimento No TAV si abbandona a gesti violenti, se durante un corteo si incendiano automobili, cassonetti dell’immondizia o vetrine di banche e agenzie interinali vengono infrante; o peggio, se degli sciagurati come periodicamente accade, inviano pacchi esplosivi o feriscono alle gambe dirigenti di azienda e imprenditori, i mezzi di comunicazione per giorni e giorni diffondono i documenti dei violenti, ne propagandano i comunicati e le parole d’ordine. Quando invece delle gesta sconsiderate di pochi isolati, si tratta di grandi iniziative nonviolente, le si mortifica ignorandole; il comportamento violento viene premiato con il massimo della visibilità; quello del nonviolento censurato.

Osserva Saviano che “oggi più di ieri la notizia sensazionale è utile, anzi necessaria, per poter vendere copie, più copie…talvolta per non perderne. Per reggere la concorrenza dei media che trovano spazio in Internet, più aggiornati, più agili e con oneri economici minori. Ed ecco che le proteste pacifiche, dalla Rivoluzione de Gelsomini a Occupy Wall Street, dalla “battitura della speranza” che ha avuto luogo in decine di carceri italiane quest’estate, e ha coinvolto centinaia, migliaia di detenuti, allo sciopero della fame per denunciare le condizioni in cui sono costretti a scontare la loro pena detentiva… tutte, iniziative nonviolente di massa, che incredibilmente non trovano spazio sui media nazionali. Dimentichi della lezione di Montale, propagandiamo e premiamo col massimo della visibilità comunicati, parole d’ordine e violenza e mortifichiamo, censuriamo, ignorandole, le iniziative che non fanno morti e feriti”.

Non saprei dire se l’esaltazione del violento e la mortificazione del nonviolento risponda a una logica commerciale, come Saviano mostra di credere. Forse c’è di più e c’è altro. Forse certi comportamenti editoriali corrispondono a scelte e logiche precise e perverse. Perché, per restare ai casi evocati da Saviano, negli anni del terrorismo è vero che i giornali pubblicavano, integralmente e senza neppure una nota, un’“avvertenza” di commento, i documenti dei terroristi, facendo loro da straordinaria cassa di risonanza. E’ anche vero che, per esempio, nel caso del rapimento del giudice Giovanni D’Urso, i terroristi posero come condizione per il suo rilascio, la pubblicazione del documento e scattò ferreo l’ordine – con il pretesto di non cedere al ricatto – di non farlo. E furono pochissimi, meno delle dita di una mano, a non obbedire alla consegna e chi lo fece, come Giuliano Zincone allora direttore de Il Lavoro rizzoliano, venne per questo licenziato.

Oggi invece, il sospetto è che tutte le manifestazioni nonviolente nelle carceri siano silenziate perché qualcuno (o se si vuole, qualche entità) confida in uno scoppio di disperata violenza; così da “giustificare” provvedimenti e reazioni che non si osa prendere. Una trappola che finora non è scattata per il senso di responsabilità e la grande sopportazione di tutta la comunità penitenziaria; ma che è una pericolosa bomba che cova come certi ordigni bellici che ogni tanto vengono scoperti qua e là nelle viscere delle nostre città: inesplose, ma pronte a deflagrare. Ci si vorrebbe sbagliare, ma si crede al contrario di essere nel giusto.
Ad ogni modo, il succo del discorso di Saviano ci pare sia nelle tre ultime righe: “Dimentichi della lezione di Montale, propagandiamo e premiamo col massimo della visibilità comunicati, parole d’ordine e violenza e mortifichiamo, censuriamo, ignorandole, le iniziative che non fanno morti e feriti”. E’ questa la questione, il problema: di tutti coloro che quando scelgono una pratica nonviolenta si vedono inesorabilmente silenziati, oscurati. Saviano ha cominciato un discorso. Auguriamoci che anche altri sappiano, vogliamo, scelgano di riprenderlo e svilupparlo.

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