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Kivu, l’occhio del ciclone congolese

 

di Davide Maggiore

Tre, ventitré, cinquemila. Questi numeri, nelle ultime due settimane hanno sintetizzato la situazione sul campo in Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo, il cui nome è ormai da anni legato a una crisi politica e militare dalle radici vaste e profonde.

Tre sono i missionari assunzionisti rapiti il 19 ottobre a Mbau da uomini armati di cui non si conosce l’identità. Dopo l’appello sui media del vescovo locale, Melchisedec Sikuli-Paluku, sarebbe arrivata (lo riferisce l’agenzia vaticana Fides) una telefonata con la richiesta di un riscatto. Ma valutare l’attendibilità di qualsiasi rivendicazione non è facile, nella regione: “Qui ci sono molti movimenti e gruppi armati”, ha spiegato alla Radio Vaticana un sacerdote locale, l’abbé Gaspard Lukongo, ancora prima della rivendicazione. “Nelle case non si dorme più, si ha paura di essere rapiti, minacciati, e di subire ogni tipo di ingiustizia”, ha spiegato ancora il religioso.

Ad occupare un poco onorevole primo posto tra le varie milizie, nelle cronache recenti, è l’ala militare del M23, o ‘Movimento del 23 marzo’ (data di un accordo di pacificazione ormai fallito) recentemente ribattezzatasi ‘Esercito rivoluzionario del Congo’. Comandati dall’ex generale Bosco Ntaganda, su cui pende un mandato di cattura del Tribunale Penale Internazionale, controllano una parte del territorio di Rutshuru, al confine con Rwanda e Uganda. Proprio i due paesi che un recente rapporto riservato delle Nazioni Unite accusa di sostenere lo stesso M23.

Non è la prima volta che accuse simili sono rivolte al Rwanda, ma in questo caso i nomi tirati in ballo sono illustri, secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters che ha rivelato la notizia: l’alto ufficiale Charles Kayonga coordinerebbe dalla capitale Kigali le operazioni militari dei miliziani congolesi, obbedendo agli ordini del ministro della Difesa in persona, il generale James Kabarebe. Secondo le stesse fonti, i fondi per i ribelli arriverebbero anche dal commercio illegale di minerali (oro, tantalio, stagno, tungsteno, per nominare solo alcune delle numerose risorse del Congo) con la complicità di cittadini rwandesi. Per la rete missionaria ‘Pace per il Congo’, poi, al contrabbando non sarebbero estranee diverse “multinazionali anglosassoni” del settore “i cui nomi sono citati nei vari rapporti del gruppo degli esperti dell’Onu”.

Le conclusioni raggiunte dalle Nazioni Unite sono sempre state respinte dal governo di Kigali, guidato dal presidente di etnia tutsi Paul Kagame (anche le conseguenze delle stragi del 1994 in Rwanda giocano la loro parte nella tragedia del Kivu): è stato lo stesso Kagame a opporsi, in occasione dell’ultima assemblea generale delle Nazioni Unite, alla redazione di un documento di condanna dell’M23, abbandonando – unico tra tutti i partecipanti – un vertice ristretto convocato dal Segretario generale Ban Ki-moon. Paradossalmente, però, questo non ha impedito, a distanza di pochi giorni, che al governo di Kigali fosse assegnato, a larga maggioranza, uno dei seggi non permanenti del Consiglio di Sicurezza, permettendogli così di avere voce in capitolo (ma non diritto di veto) in un organismo che – oltre a discutere della crisi congolese – potrebbe anche mettere ai voti una richiesta di sanzioni contro il Rwanda stesso.

Non meno ambigua e spinosa è la situazione dell’Uganda, che gli esperti dell’Onu accusano di aver facilitato l’azione del braccio politico dell’M23, ma anche di aver reclutato truppe e inviato armi a sostegno dei ribelli. Ma l’Uganda, oltre a essere uno degli alleati chiave degli Stati Uniti nella regione e uno degli Stati militarmente più impegnati nella missione di peacekeeping in Somalia, sta mediando tra le parti proprio sulla questione del Kivu. Dopo aver definito “spazzatura” le conclusioni del rapporto internazionale, le autorità di Kampala hanno dunque minacciato diabbandonare questo ruolo. Una conclusone a cui si giungerà, hanno avvertito, anche se le Nazioni Unite si limiteranno ad imporre sanzioni sull’M23.
“Non si possono portare due parti al tavolo dei negoziati se una è sotto sanzioni e l’altra no”, è stata la giustificazione ufficiale del viceministro degli esteri ugandese Asuman Kiyingi. La posizione ambigua di Kampala (già coinvolta nella ‘grande guerra africana’ che insanguinò la regione tra 1998 e 2003), sottolinea tuttavia un altro dato di fatto: il conflitto nella regione (ovvero nelle tre provincie di Nord-Kivu, Sud-Kivu e Maniema) non sarebbe forse la tempesta che è oggi se almeno il governo locale si fosse dimostrato un interlocutore credibile per la comunità internazionale.
Ma polizia ed esercito agli ordini dell’amministrazione di Joseph Kabila sono stati accusati dall’ultimo rapporto di Amnesty International di gravi violazioni dei diritti umani. E lo stesso vale per i gruppi guerriglieri, alle cui azioni è collegato, secondo un’inchiesta della France Presse, l’ultimo numero: cinquemila. Quello delle donne che hanno subito violenza nel solo Nord Kivu dall’inizio del 2012, e che vanno ad aggiungersi ad un numero di sfollati interni compreso, secondo le stime, tra 700 mila e un milione di persone.

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