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Colonne infami e pilastri diffamati

 

di Nadia Redoglia
Il reato di diffamazione dispone la pena della reclusione o della multa. A Sallusti (nella sua veste di direttore) è stata comminata la reclusione. E’ legittima facoltà del magistrato, ma stride non poco in quanto che per questo tipo di reato è consolidata la condanna alla multa, non alla pena restrittiva. Se poi questa è inflitta al giornalista “nell’esercizio della sua funzione”, per quanto uno si sforzi, l’avvertirà sempre come un pugno nello stomaco. Viviamo in un Paese già pericolosamente a rischio quanto a (sacra) libertà di stampa. Non è il caso di aggiungervi altri (temibili) spauracchi, nonché agevoli appigli per coloro che da sempre nei falsi martiri-eroi e nello stravolgimento della natura delle cose, ci inzuppano il biscotto…

Nel merito, stante ciò che riportano i giornali, pare che uno degli articoli incriminati sia “opera” d’ex giornalista, collezionista di pseudonimi nel corso delle sue carriere. Le (disgustose) falsità, mai rettificate e mai seguite da scuse, offendono non solo la parte lesa direttamente, ma tutto il (sano) giornalismo e l’(onesta) intelligenza dei lettori. Tenuto conto che, pur senza arrivare a diffamazioni passate in giudicato, tali modi d’operare sono abituali per certi giornalisti e certe testate, osiamo chiedere: il sano Giornalismo e l’onestà intellettuale (due robette mica da poco visto che sono pilastri di un Paese civile) per quanto ancora saranno costretti a confondersi con questa specie di blob promiscuo?

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