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ESCLUSIVO – Caso Emanuela Orlandi: il fratello Pietro, “Il Vaticano rompa finalmente il muro di silenzio e omertà costruito in 29 anni”

 

«Dietro la scomparsa di mia sorella? Un legame omertoso e massonico tra Stato italiano, Chiesa e criminalità». Sono trascorsi più di ventinove anni da quel 22 giugno 1983, ma Pietro Orlandi non ha mai smesso di sperare che sua sorella Emanuela sia ancora viva, da qualche parte. Non fa nomi e cognomi Pietro, 53 anni, sposato e padre di due bambini, ma non ha dubbi sulle responsabilità che, ciascuno a suo modo, quei tre soggetti hanno da sempre avuto in una delle pagine più oscure della storia italiana. Un mistero intorno al quale si aprono sempre nuovi scenari. L’ultimo, in ordine di tempo, quello della pedofilia: secondo padre Gabriele Amorth, esorcista ufficiale della Santa Sede, Emanuela sarebbe morta dopo essere stata coinvolta in un giro di festini con preti pedofili. Una teoria che Pietro esclude nella maniera più assoluta, contrariamente a quanto scritto finora sulla stampa. E, a quasi trent’anni di distanza dal sequestro Orlandi, il fratello insiste: «La verità deve ancora essere svelata. Ma si devono abbattere, ad una ad una, le diverse piste. L’unica cosa di cui sono certo è che Emanuela è scomparsa perché era una cittadina vaticana. Il silenzio del Vaticano finora è stato coperto dal silenzio dello Stato italiano, coadiuvato dalla criminalità. La prova? La tomba di De Pedis nella chiesa di Sant’Appolinare». Chiuso nel 1997, il caso Orlandi è stato riaperto nel 2003 grazie all’ex giudice Ferdinando Imposimato, da sempre sostenitore della pista internazionale.

Pietro, una delle ultime ipotesi sul rapimento di sua sorella la vede direttamente coinvolto: addirittura Emanuela sarebbe, in realtà, la sua attuale moglie. Ci spieghi meglio.
«C’è il libro (“L’Affaire Emanuela Orlandi”, ndr) di una fotografa, Roberta Hidalgo, scritto insieme al criminologo Francesco Bruno, secondo cui io farei passare per mia moglie Emanuela, che non sarebbe figlia di mia madre, ma di mia zia che, a sua volta, l’avrebbe avuta da monsignor Paul Marcinkus (all’epoca presidente dello Ior, la banca vaticana, ndr). Assurdità che sono stufo di sentire».

Ha denunciato gli autori del libro?
«Sì. Quella fotografa ha seguito me e la mia famiglia per mesi, rovistando nei cassonetti, inventando storie assurde (secondo quanto scritto nel libro, un tampax sarebbe la prova che Emanuela è viva ed è, in realtà, la moglie di Pietro, ndr)».

Quanti anni aveva lei quando sua sorella venne rapita?
«Ventiquattro anni. È da allora che seguo il caso, insieme alla mia famiglia. Nel ’97 venne chiuso con la motivazione che mia sorella era scomparsa. Poi nel 2003 Imposimato presentò una nuova istanza per far riaprire l’inchiesta».

Qual è stata la difficoltà più grande contro cui lottare?
«Premesso che non c’è mai stata la volontà del Vaticano né dello Stato italiano di cercare la verità, da un lato c’è l’incessante ricerca di quest’ultima, dall’altro la guerra da combattere ogni giorno con persone che inventano fandonie».

Che cosa intende quando dice che il Vaticano non ha mai mostrato volontà di cercare la verità?
«La Santa Sede interviene solo se si parla, ad esempio, del cardinale Law, che ha coperto centinaia di abusi sessuali su minori. Mentre se qualcuno calpesta la memoria di mia sorella, che era una cittadina vaticana, tace».

Una delle piste più attendibili sembrerebbe essere legata alle ossa ritrovate nella tomba dell’ex boss della Banda della Magliana Enrico De Pedis. Cosa ne pensa?
«Per conoscere l’esito delle analisi delle ossa rinvenute nella basilica di Sant’Apollinare dobbiamo aspettare settembre. Ma non c’è alcuna ragione per credere che mia sorella sia sepolta lì sotto. La verità è un’altra. È altrove che bisogna cercare».

Perché e da chi sua sorella fu rapita?
«Il sequestro fu organizzato mesi prima. Emanuela venne rapita perché era una cittadina vaticana. Fu lei stessa, qualche giorno prima, a raccontare a mia madre che aveva incontrato due uomini, di cui uno l’aveva indicata e, prendendola per un braccio, disse all’altro: “è questa”. Dopo si seppe che erano componenti della Banda della Magliana».

Un clan che, a quanto pare, ebbe un ruolo determinante nella vicenda. Quale, secondo lei?
«Di manovalanza. Furono loro ad organizzare e mettere in atto il sequestro».

Chi, invece, ordinò il sequestro, a suo dire?
«Difficile individuare un unico mandante. La pista che ho sempre sostenuto è quella del riciclaggio di capitali del Banco Ambrosiano da parte della mafia».

E il ruolo della Chiesa?
«Quando Papa Giovanni Paolo II venne a farci visita pochi mesi dopo il rapimento di Emanuela, calò il silenzio. Di questa storia non si doveva più parlare».

E ora?
«L’atteggiamento di omertà continua. A gennaio abbiamo organizzato una manifestazione partendo dal Campidoglio fino a San Pietro, dove avremmo voluto che Papa Ratzinger ricordasse Emanuela nell’Angelus. Invece abbiamo scoperto che al Pontefice era stato consegnato un foglio della Segreteria di Stato vaticana in cui lo si “sconsigliava di nominarla”. Mi domando allora perché la Chiesa persiste in questo silenzio dopo 29 anni?».

Lei ha anche scritto un libro sulla vicenda di sua sorella. Perché?
«Sì, “Mia sorella Emanuela” (Edizioni Anordest). L’ho scritto perché la magistratura voleva chiudere il caso, senza che la gente conoscesse tutte le piste non ancora approfondite. Ce n’è una, ad esempio, che vide quattro persone indagate e prosciolte nel ’97 perché Emanuela era stata vista vicino a Bolzano. Una pista, questa, in cui era coinvolto, tra gli altri, un funzionario del Sismi che viveva a Monaco».

Un ruolo chiave in questa storia lo ha sempre avuto Alì Agca. Lei lo ha incontrato, vero?
«Sì, a Istanbul. Ha accettato di vedermi da solo. Lui dà la responsabilità del rapimento al Vaticano e alla Cia. Ma anche in questo caso i giudici non hanno mai voluto ascoltare i nomi che Agca mi fece durante quell’incontro».

Agca sostiene che sua sorella sia viva e risieda in Turchia. L’ha mai cercata lì?
«Sì. Io la cerco viva perché non c’è mai stata la prova della morte. Oggi avrebbe 44 anni».

Eppure qualcuno era certo che si trovasse nella tomba di De Pedis, un boss che fu seppellito in territorio vaticano per volontà del cardinale Ugo Poletti, allora presidente della Cei. Una decisione che fa riflettere sui rapporti tra Chiesa, Stato e malavita…
«Non credo che mia sorella sia sepolta lì. Certo è che De Pedis ebbe una cosiddetta sepoltura privilegiata, per la quale devono essere indicati i meriti del defunto, previa autorizzazione del Ministero degli Interni. Poletti, colui che lo fece seppellire in Sant’Apollinare, era amico intimo di Oscar Luigi Scalfaro, che aveva l’ufficio proprio nella scuola di musica frequentata da Emanuela e che nell’agosto ’83 divenne ministro degli Interni».

Qual è il ricordo più bello che conserva di sua sorella?
«La foto che diffondemmo quando scomparve, in cui è ritratta con la fascia giallo-rossa dopo che la Roma vinse lo scudetto, contrariamente a quanto si disse, cioè che fosse una hippie (la foto non è a colori, quindi la fascia sembra nera). Ma anche quando mi insegnava il “Notturno” di Chopin. Amava la musica sin da bambina. Per questo suonava il flauto traverso e il pianoforte».

Ha mai avuto rimpianti?
«L’ultimo giorno che la vidi mi chiese di accompagnarla in moto alla scuola di musica, perché faceva molto caldo. Le dissi che non potevo. Lei andò via sbattendo la porta. Da allora ho il rimorso di non averla accompagnata».

Cosa ha raccontato ai suoi figli di sua sorella?
«Loro sanno tutto. Mio figlio di 9 anni, in particolare, mi ha detto: “papà, quando non ci sarai più, posso cercarla io zia Emanuela?”. Ecco, questo mi dà la forza di andare avanti»

Cosa si aspetta ora?
«Che il Vaticano rompa finalmente il muro di silenzio e omertà costruito in 29 anni».

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