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Rai, la confusione regna sovrana

 

La confusione regna sovrana. La Rai, la sua governabilità, la sua funzionalità continuano a suscitare reazioni scomposte da parte di chi dovrebbe occuparsene. Dopo le nomine di competenza del Presidente del Consiglio, la palla è passata ai partiti e ritorna la coazione a occupare, a non saper scegliere, a cercare scorciatoie populiste. Se da un lato si deve guardare con preoccupazione ai nomi che circolano, che vorrebbero riproporre l’occupazione del centrodestra della RAI, il riperpetuarsi di un gruppo di potere insediato dall’allora presidente del Consiglio Berlusconi, con il chiaro dichiarato e conclamato scopo di bloccare lo sviluppo della TV pubblica, e di allentare le maglie della concorrenza verso le reti di sua proprietà, non può certamente soddisfare la procedura, insolita e casuale, che il PD ha proposto. La scelta di quattro associazioni, definita non si sa come e da chi, ripropone il vecchio schema secondo cui di RAI si devono occupare prioritariamente i giornalisti, affiancata dall’idea neopopulista di coinvolgere associazioni che raggruppano parti di “società civile”, che non si sa a chi rispondono e da chi trovano legittimazione, ma che hanno il chiaro fine di “lavarsi la coscienza” e superare l’impasse dovuto alla pur giusta e condivisa scelta di non fare nomine spartitorie secondo la vituperata legge Gasparri. Ma se è vero quello che il Presidente Monti ci ha detto, che cioè intende dare più spazio e potere alla Presidenza e alla direzione generale, con compiti di intervento sui conti dell’azienda prima di tutto ( e qui le competenze di Bankitalia e la provenienza da un’altra grossa società di telecomunicazioni che vede l’integrazione di vari mercati può essere molto utile), e se quindi il nuovo Consiglio di Amministrazione avrà poteri soprattutto di indirizzo e controllo, è di vitale importanza che sia formato da persone non soltanto specchiate (quella dovrebbe essere precondizione da richiedere a chiunque, e da ricordare costantemente al centrodestra!!!!!), ma che di televisione e di prodotto sappiano e si occupino. Nulla da dire sulla onorata carriera dei due nominati dall’anomala assemblea, ma chi dei due sa come si fa la televisione? Certo, si può imparare, con la nuova spinta di una fresca volontà si arriva dove magari competenze incancrenite da anni di lavoro nel settore possono far prevalere l’abulia… Ma è proprio così difficile pensare che in un CDA RAI qualcuno che faccia, pensi, produca, realizzi i prodotti che stanno tenendo a galla l’azienda ci debba essere? Il crollo degli introiti pubblicitari paventato a seguito dell’uscita dal mercato fiorente ma caro dello sport, porteranno sempre più la fiction e il cinema a divenire il vero traino della raccolta pubblicitaria. E la missione ritrovata di una RAI pedagogica troverà in una rinata voglia di raccontare il paese il fulcro su cui ripensare l’intera programmazione. E proprio per questo, chi se ne occuperà? Veniamo da una lunga e chiacchierata stagione che ha visto/vede a capo della fiction un giornalista, che da anni impone sue visioni unilaterali del modo di raccontare e dei temi da trattare, con la prevalenza di “una” idea e “una” visione del mondo. Si vocifera di “ricollocazione” della Lei a capo della stessa azienda, che è quella dove più “girano i soldi”. E chi è chiamato a dare indicazioni e a controllare gli indirizzi? Gli autori, come da prassi italiana, continuano a non essere consultati. La chiamata finale di Anica e APT è per sostenere un “loro nome”, da nessuno discusso, e soprattutto senza una chiara politica di sviluppo e di rilancio del prodotto audiovisivo, che è cultura e intrattenimento, industria e fattore di coesione del Paese. L’osservatorio Europeo che frequento, l’assemblea di FERA che mi ha indegnamente eletto vicepresidente pochi giorni fa, mi ha fatto di nuovo toccare con mano come in buona parte dell’Europa gli autori presiedono i centri decisionali delle politiche per l’audiovisivo. Soltanto in Italia siamo registi e scrittori autoreferenziali da tenere buoni con una pacca sulla spalla e la preghiera di non disturbare il manovratore”. Così non è più, e dispiace che in molti, presi dalla smania di controllare gli spazi nei TG, o gli invitai ai talk show, continuino a dimenticare che Berlusconi vinse proprio su questo terreno: la creazione di un immaginario collettivo. Finto, nel suo caso, era fasullo, ma che vorremmo che torni veritiero e stimolante. Ci sarebbe voluto così poco: convocare un mese fa un’assise aperta alle componenti vitali per una TV pubblica, e insieme aprire un reale terreno di confronto. Anche quella sareb be stata chiamata in cause della società civile, ma avrebbe avuto al suo interno le anime produttive della TV, come avviene per esempio in Germania e in Gran Bretagna. Oggi possiamo e dobbiamo continuare a chiedere che, ex post, si istituisca un tavolo permanete di confronto con il Governo e i ministeri competenti per la ricerca di un comune terreno di riorganizzazione della RAI, che ponga al centro la necessità di rilanciare la produzione di contenuti e diminuire gli acquisti di prodotti e di idee, che scelga una strada in grado di aprire la RAI a forze fresche e vitali che in questi anni hanno stimolato la RAI nella ricerca di una sua nuova anima, nell’apertura verso le nuove tecnologie, nello svecchiamento di apparati dirigenziali e produttivi

* Vicepresidente FERA Federazione Europea Realizzatori dell’Audiovisivo

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