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L’“antipatico” Roberto Saviano, Leonardo Sciascia, il pesce volante

 

Lo ha detto e ripetuto nel modo più chiaro: non ha intenzione di candidarsi, e dunque l’ipotizzata, evocata, auspicata lista col suo nome, è un qualcosa che non c’è. Per ora, almeno, perché magari ci ripensa e si contraddice. Magari incontra sulla sua strada qualcuno che sa toccare le corde giuste, gli parla della vita e della morte, e lui ci ripensa. Non ci sarebbe nulla di male, e forse qualcosa di bene.

Scrive. E’ letto. Apprezzato. Seguito. Si esagera se si sostiene che il suo “Gomorra” sta alla realtà della camorra come “Il Giorno della civetta” sta alla mafia siciliana? Pazienza, esageriamo. Lo hanno criticato anche da parti e luoghi inaspettati, per quel suo “Gomorra”; vien da chiedersi se gli autori di queste critiche lo abbia letto e come lo abbia letto, quel libro. Ma anche “Il Giorno della civetta” a suo tempo venne criticato. Per non dire di quello che si è stati capaci di scrivere una volta che Sciascia è morto…Ancor più criticate di “Gomorra” le sue trasmissioni ed esibizioni in televisione. Certo: Fabio Fazio, così intriso di caramelloso buonismo, è una compagnia insopportabilmente insopportabile…Sì, certo: in quella puntata di “Vieni via con me”, quello sulla “macchina del fango”, c’è un passaggio che avrebbe dovuto e potuto meglio approfondire: la questione posta da Leonardo Sciascia con il suo articolo sui “professionisti dell’antimafia” è stata trattata in modo discutibile, e certamente l’analisi di Sciascia non era “miope”. Ma in generale: ve la ricordate la puntata sulla criminalità organizzata impiantata nel Nord Italia e la Lega? Ne vogliamo parlare? Ora sì che sarebbe interessante un’esibizione di Roberto Maroni. E la puntata con Mina Welby? Quella puntata ha stracciato gli ascolti, alla faccia di chi dice che certi argomenti sono complicati, sono difficili, non sono graditi, alla gente interessa la farfalla di Belen Rodriguez. Quella puntata poggiava su un architrave: “La forza di Pierrgiorgio Welby, così come la forza di Beppino Englaro e di Luca Coscioni, è quella di aver agito nel diritto, di avere sempre rivendicato la possibilità di scegliere…”.
Si capisce: Saviano è “antipatico”. Come può essere simpatico uno che scrive su “Repubblica” e sull’“Espresso”, e ne sarà sicuramente (oltre che meritatamente) ben remunerato; non può che essere “antipatico” uno che neppure quarantenne vede pubblicati i suoi articoli sulla “Washington Post” e il “New York Times”, ma anche su “El Pais” e la Die Zeit”, il “Times” e perfino gli svedesi “Expressen” e “Dagens Nyheter”; non può che essere “antipatico” uno che vive la sua giornata accompagnata da “angeli custodi” che devono cercare di contrastare le minacce di morte che gli sono piovute sul capo dai clan che ha denunciato? Ha soldi, quando va in America riempie le piazze, magari si permette il lusso di cambiare una ragazza a settimana…Non può che essere “antipatico” uno che gli chiedi chi sono i suoi lari e penati, e ti risponde Carlo e Nello Rosselli, Gaetano Salvemini, ha letto e assimilato Piero Calamandrei…Sì, decisamente “antipatico”; e magari lo sarà anche a qualcuno di noi…

Converrebbe davvero cercare di capire le ragioni di questa “antipatia”, interrogarci e chiederci per quale ragione da una parte lo si tira per la giacchetta, e lo si critica se si sfila; dall’altra gli si rimprovera di scendere in campo quando crede che una partita merita d’essere giocata. Forse – lo si dice sommessamente, più che aperti alla contestazione – quello che appare insopportabile, o comunque fastidioso, è che Saviano dice le sue verità senza preoccuparsi troppo del possibile uso che di queste verità altri possono poi fare, perché certe cose van dette a prescindere se poi possono tornare irritanti per Tizio e utilizzate da Caio per fini con cui non si ha nulla a che spartire? Lo ricordava Sciascia: straordinario potere si finisce con l’attribuire a una persona, se una causa da giusta diventa sbagliata, a seconda che vi aderisca o meno. Come sia, molte, tante polemiche che investono Saviano hanno lo stesso sapore delle polemiche che si accendevano ogni volta che Leonardo Sciascia scriveva un articolo, pubblicava un libro, prendeva una posizione. Si potrebbe anzi fare un gioco: prendere qualche articolo di critica e polemica con Sciascia, e sostituire il nome con Saviano; e prendere qualcuno degli articoli e degli interventi di critica e polemica con quello di Saviano, e sostituire in nome con quello di Sciascia. Le differenze che ne risulterebbero sarebbero minime, irrilevanti…

Raccontava sempre Sciascia di essersi sentito per tutta la vita come il pesce volante di cui parla Voltaire: che quando si innalza un poco dalle acque viene divorato dagli uccelli che lo aspettano al varco; se si immerge sott’acqua ecco che però se lo mangiano gli altri pesci più voraci. Una condizione, aveva aggiunto Sciascia, “bellissima, ma anche tremenda”. E’ la condizione di Roberto Saviano. La condizione che gli si augura di cuore.

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