Carcere. Lettera morta la “prepotente urgenza” evocata da Napolitano

0 0

Aveva 35 anni, prestava servizio nel carcere palermitano dell’Ucciardone. Ieri è rincasato a Trapani, e ha deciso di farla finita. Per mille motivi – oppure per nessuno – può aver deciso di dire basta: come a Formia, San Vito al Tagliamento, Battipaglia, Torino e prima ancora a Mamme Lodé, Caltagirone, Viterbo. I sindacati della polizia penitenziaria forniscono le cifre di quello che è un drammatico “censimento”: dal 2000 a oggi si sono uccisi circa cento poliziotti penitenziari, un direttore d’istituto e un dirigente regionale.

Lo hanno trovato senza vita nella cella del carcere di Parma dov’era detenuto. Si chiamava Giuseppe Del Monaco, 33 anni. I genitori di Giuseppe dopo aver visto la salma denunciano di aver notato delle macchie sul suo volto. All’esame autoptico è emerso che i segni sul volto sono macchie ipostatiche post-mortem che possono comparire alcune ore dopo il decesso, e non sono quindi in alcun modo riconducibili a condotte violente. Escluso l’omicidio; e anche l’autolesionismo, come l’auto impiccagione. Qui però la cosa si complica: il medico legale non ha riscontrato neppure i segni di una morte naturale per malore, come il cuore danneggiato dall’infarto o un’emorragia cerebrale. E allora, di cosa è morto Giuseppe?

Si sa bene, invece, di cosa è morto Maurizio Foresi, 55 anni, autotrasportatore di Civitanova Marche, che il 14 gennaio scorso ha ucciso la moglie polacca Grazia Tarkowska a colpi di pistola; si è ucciso impiccandosi a un termosifone del carcere di Montacuto ad Ancona, dov’era detenuto. Foresi era rinchiuso in una cella della “sezione filtro”, assieme ad altri tre compagni.

Fenomeno senza soste, quello dei suicidi e delle morti legate alla realtà carceraria. Il 2011 si è chiuso con un bollettino nero: 66 suicidi, uno ogni cinque giorni. Il 23 maggio scorso il quotidiano inglese “The Guardian”, si è chiesto com’è possibile che “nel giro di dieci anni, dal 2002 al 2012, siano morti nelle carceri italiane oltre 1.000 detenuti”.
Una situazione che si incancrenisce giorno dopo giorno: nel 2005 il numero dei detenuti era di 60.000 unità oggi superiamo i 66.000, il numero dei detenuti in attesa di giudizio equivaleva del 30 per cento, oggi superiamo il 43,8 per cento, la sanità carceraria dipendeva dal Sistema Sanitario Penitenziario, nel 2008 è passata al Servizio Sanitario Nazionale portando come da stesse dichiarazioni del personale addetto, innumerevoli mancanze per la tutela e salvaguardia della salute dei detenuti. Dal 2005 ad oggi migliaia i reati e i processi andati in fumo grazie alla «Prescrizione».

Una recente denuncia della Uil svela la crisi che attraversa lo stesso dipartimento dell’amministrazione penitenziaria: “Il Dap è sull’orlo del fallimento con un debito di 150 milioni che mette a rischio l’acquisto del vitto per i detenuti. E che costringe direttori e provveditori a mediare con i creditori per garantire l’erogazione di acqua, luce e riscaldamento”.
Non passa settimana senza che le corti di giustizia europee non condannino l’Italia non tanto e non solo per la situazione delle carceri, quanto per quella che viene riconosciuta e denunciata come l’irragionevole durata dei processi.
Dal 2005 ad oggi abbiamo continuato a spendere soldi pubblici per risarcimenti per ingiusta detenzione, (dopo aver rovinato la vita a migliaia di cittadini).
Solo nel 2011 c’è stato un esborso pubblico di 46 milioni di euro.

Quasi un anno fa – era il 28 luglio – nella cornice di Palazzo Madama, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano denunciava l’esistenza di ”una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo. E’ una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita”. Situazione di cui sembra ben consapevole anche il ministro della Giustizia Paola Severino: “Le innegabili difficoltà, dice a Montecitorio, non possono costituire un alibi né per il Ministro della Giustizia né per tutte le altre istituzioni interessate”.

La “prepotente urgenza” di dare sbocco e soluzione alla questione giustizia è ormai da tutti riconosciuta. L’ultimo in ordine di tempo, il “Wall Street Journal”. Nella sua impietosa, ma sostanzialmente esatta e corretta, radiografia dello stato di cose italiane, dei problemi che sono sull’agenda di Mario Monti e del suo governo, il quotidiano statunitense cita, appunto, la irragionevole lunghezza dei processi: una paralizzante palla al piede, che impedisce – certo non solo, ma anche – il necessario sviluppo e scoraggia gli investimenti, quelli “nazionali” che emigrano altrove e sopratutto quelli esteri, che non nutrono (come dar loro torto?) fiducia nel nostro sistema.
Ma allora come mai e perché la cosa non viene discussa, non “scoppia” il dibattito, con tesi a confronto e contrapposizione, in modo che ci si possa formare un’opinione e si venga messi nelle condizioni di sapere? E’ normale che il nostro paese sia messo settimanalmente alla berlina dalle corti di giustizia europee? Non è una notizia? E se non lo è, come mai?