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Perché non pensare ad una casa del tutto ‘passiva’?

 

di Francesca Romana Tomaselli

l linguaggio comune l’aggettivo passivo indica la mancanza di attività, di dinamismo, di spirito d’iniziativa; la tendenza a subire le situazioni, la volontà, le azioni altrui senza agire o reagire prontamente e con decisione. Si dice infatti che quella persona ha un temperamento passivo, un carattere passivo. Un individuo può essere passivo e rassegnato. Questo secondo la definizione dell’Enciclopedia Treccani. Che cosa si intende dunque per casa passiva? In effetti in questo caso l’aggettivo qualificativo trae in inganno. Vediamo il significato di casa passiva: è un’abitazione in cui si riesce ad ottenere un ambiente interno climaticamente confortevole, durante tutto l’arco dell’anno, senza ricorrere a sistemi di riscaldamento o di condizionamento tradizionali. Per questo viene definita passiva, perché la temperatura è ottimale in estate ed in inverno con il ricorso prevalente a sistemi passivi, cioè che non consumano energia. Ma non sarebbe allora più corretto definirla attiva, proprio perché da un punto di vista energetico è quasi del tutto autosufficiente?

Abbiamo chiesto all’architetto Francesco Masciarelli, esperto in edilizia sostenibile ad alta efficienza energetica, di parlarci delle case cosiddette passive.

Architetto Masciarelli cos’è una casa passiva?
E’ una definizione, traduzione letterale dal nome originale tedesco Passiv haus (inglese passive house), che descrive un edificio a consumo di energia ridottissimo, definizione che non rende merito ad una costruzione che fa tanto per l’ambiente, vista l’accezione negativa che il termine passivo ha in italiano. Questo termine è ormai divenuto di uso comune per indicare, spesso in modo improprio, un edificio con prestazioni energetiche elevatissime e consumi quasi nulli.
Si tratta di uno standard volontario (cioè non obbligatorio per legge n.d.r.) di efficienza energetica, che prevede limiti severi nel consumo di energia e nelle dispersioni involontarie di aria ed energia (spifferi e ponti termici), garantendo il mantenimento di condizioni di vita “indoor” ottimali con un minimo ricorso ad apporti esterni. Per potersi fregiare di tale titolo, riconosciuto a livello internazionale, l’edificio deve superare controlli molto severi ed ottenere una certificazione da un istituto tedesco, il Passiv Haus Institut.
I pochissimi edifici in Italia che hanno ottenuto tale riconoscimento hanno consumi effettivi di energia fino a 20 volte inferiori a quelli delle abitazioni tradizionali.

Cos’è il Passiv Haus Institut?
E’ un istituto scientifico che si occupa di valutare e certificare che la costruzione soddisfi i requisiti previsti dallo standard. E’ stato fondato nel 1996 dal Dr. Wolfgang Feist ed ha sede a Darmstadt, in Germania.
Lo standard prevede il rispetto di parametri tecnici di efficienza energetica:
– consumo di energia per riscaldamento inferiore a 15 kWh/mq anno;
– consumo di energia per raffrescamento inferiore a 15 kWh/mq anno;
– consumo di energia per tutti gli usi inferiore a 120 kWh/mq anno;
– dispersioni involontarie di aria inferiori a 0,6 volumi/ora;
– temperatura estiva superiore a 25°C per meno del 10% del periodo relativo.

E quali altri requisiti sono richiesti?
Non è richiesto il rispetto di alcun altro requisito, mentre sono consigliati: bassi valori di trasmittanza (dispersione di energia) per pareti, tetti e finestre, finestre ad alte prestazioni con vetrature almeno doppie/triple basso emissive, assenza di ponti termici, ventilazione meccanica controllata con recupero di calore ad alto rendimento (ricambio di aria senza apertura delle finestre e con recupero del calore dell’aria), minimizzazione delle dispersioni per produzione e distribuzione di acqua calda, uso di elettrodomestici ad alta efficienza ed apparecchi illuminanti a basso consumo.
E’ inoltre importante una forma compatta dell’edificio ma senza esagerare, se non in climi particolarmente freddi, per non rischiare di costruire delle “scatole” tutte uguali. E’ fondamentale un buon isolamento termico e l’uso dell’energia solare per il riscaldamento passivo invernale, ed un’adeguata protezione dal sole estivo: elemento cruciale diventa quindi l’esposizione della casa, come anche la presenza di ostacoli naturali o artificiali.
Altri contributi “passivi” possono venire dall’uso di pannelli solari per la produzione di acqua calda, dalla geotermia a bassa entalpia per il riscaldamento o il raffrescamento di acqua o aria, da sistemi di ventilazione naturale estiva ed altro ancora.

In che anno è stata costruita la prima casa passiva?
Il concetto di casa passiva è nato grazie alla collaborazione tra lo svedese Bo Andersen e il Dott. Wolfgang Feist nel 1988, una ricerca effettuata grazie a sovvenzioni pubbliche tedesche ed europee. La prima casa passiva è stata realizzata dal Dott. Feist a Darmstad, in Germania, all’inizio degli anni ’90. Da allora sono stati costruiti diverse migliaia di edifici passivi, soprattutto in Germania ed in alcuni paesi del Nord Europa.

E in Italia qual è la situazione? Esistono edifici di questo tipo?
Si esistono, ma sono pochissimi e concentrati soprattutto al Nord. A differenza di quanto accade nel resto dell’Europa, soprattutto in Germania come ripeto, il trend di crescita della realizzazione di questi edifici è bassissimo, così come l’attenzione verso l’edilizia ad alta efficienza energetica è appena agli inizi. Questo mentre la EU approva la direttiva 2010/31 che impone la realizzazione dei nuovi edifici europei solo a consumo di energia quasi zero.

Di quale normativa si tratta?
La direttiva 2010/31/EU, emanata nel Maggio del 2010 e che dovrà obbligatoriamente essere recepita entro il 9 Luglio 2012 dagli stati membri (tra cui l’Italia), prevede che entro il 2018 i nuovi edifici pubblici ed entro il 2020 i nuovi edifici privati debbano avere un consumo di energia prossimo allo zero. Questo nell’ambito del raggiungimento dell’obbiettivo “20-20-20” relativo all’efficienza energetica. Ovvero la riduzione del 20% del consumo di energia primaria dell’UE e delle emissioni di gas serra e l’introduzione nel consumo energetico di una quota del 20% di energie rinnovabili entro il 2020. Non dimentichiamo che nella EU circa il 40% del consumo di energia ed il 35% delle emissioni di gas serra, dipendono dal settore edile.

Una bella sfida per l’Europa e per il nostro Paese in particolare.
Altri paesi, come la Germania ad esempio, hanno iniziato questo percorso con molti anni di anticipo rispetto a quanto previsto dalla direttiva 31, avvantaggiati (si fa per dire) dalla necessità di affrontare condizioni climatiche più severe, che hanno imposto una inevitabile maggiore attenzione ai consumi di energia ed alle modalità costruttive in grado di minimizzarli.
Malgrado ciò alcuni studi recenti sembrano indicare che l’obiettivo non sia raggiungibile con il trend attuale e che sia necessario, per così dire, un cambiamento di passo. Cambiamento di passo cui l’Italia non sembra in grado contribuire. L’Italia sconta infatti un ritardo tecnico, culturale ed educativo che difficilmente potrà essere recuperato in così pochi anni. Sottolineo gli aspetti culturali: in un articolo che ho scritto qualche tempo fa (per il Messaggero n.d.r.), mi sono soffermato proprio sulla circostanza per la quale la cosa più importante della certificazione (energetica) sono gli aspetti etici legati al risparmio di energia e di risorse ambientali. Senza questo passaggio culturale ed educativo l’efficienza energetica rimarrà relegata, nel nostro paese molto più che altrove, ad un adempimento burocratico puramente formale, il solito esecrato “pezzo di carta”, che rischierà quindi di essere di scarso (nessun) valore tecnico e privo di ricadute reali su ambiente e consumi. Per tacere dei ritardi cronici della Pubblica Amministrazione, la cui situazione è ancora peggiore di quella degli edifici privati (altra anomalia tipicamente italiana), cui è richiesto di adempiere alla direttiva 31 addirittura a partire dal 2018 (tra soli 6 anni!).
Insomma il nostro paese rischia di perdere questa sfida senza nemmeno combattere. E pensare che l’efficienza energetica potrebbe essere un’occasione irripetibile di sviluppo economico nel settore edile (stime prudenti parlano di centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro) che versa in una crisi strutturale gravissima che appare, a tutt’oggi, irreversibile.

Che costo ha una casa passiva?
La letteratura tecnica che è riferita, soprattutto, ad esperienza tedesche riferisce di maggiori costi, rispetto ad un edificio ordinario, compresi tra l’8 ed il 10%. Questo a fronte di una riduzione di consumi di energia fino a circa 15/20 volte.

Tuttavia questo dato non è applicabile alla situazione italiana.
Ciò sia perché, come dicevo prima, nei paesi del Nord Europa si costruisce meglio per fronteggiare una situazione ambientale più severa, sia perché la proprietà edilizia è meno diffusa (meno edifici di proprietà dei singoli e maggiore/prevalente presenza di proprietà in mano a grandi gruppi immobiliari), sia infine per una minor “tendenza culturale” a considerare l’investimento edile come fatto eminentemente speculativo.
Troppo pochi gli esempi in Italia per poter tirare delle somme: si può tuttavia affermare (con approssimazione) che il costo di una casa passiva risulti poco superiore a quello di un’edilizia di qualità, e decisamente superiore a quello di un edilizia “cosiddetta” ordinaria. Purtroppo in Italia, cosa che altrove non avviene, tra le due cose c’è molta differenza, anche se non sempre ciò è riscontrabile in termini di prezzo sul mercato. E come diceva Antonio De Curtis: “ho detto tutto …”.

Si tratta però di un investimento iniziale che con il tempo viene recuperato.
Si, è proprio così. La nostra personale esperienza, legata a soli due anni di vita in una casa passiva, anche se di tipo sperimentale per gli aspetti legati al clima estivo (molto diverso da quello tedesco o svedese da cui origina lo standard), segnala costi di esercizio prossimi allo zero. E quando parlo di costi di esercizio non mi riferisco solo all’energia per riscaldare, i cui costi sono praticamente nulli (già oggi nel rispetto di quanto previsto dalla direttiva 31 a partire dal 2020), ma di tutti i costi energetici: raffrescamento estivo, cottura cibi, uso elettrodomestici (tutti), illuminazione interna ed esterna (giardino), giochi e tutto il resto. Una casa ordinaria delle stesse dimensioni, lo dico con oltre vent’ani di esperienza professionale alle spalle, comporta costi di esercizio per energia nell’ordine dei 4.000/5.000 euro. I nostri costi sono circa 10 volte inferiori e produciamo più energia di quanta ne consumiamo (casa attiva ed a zero emissioni CO2). Facendo una rapida operazione matematica si può agevolmente capire, nell’arco della vita di un edificio che è nell’ordine delle decine di anni (di solito vengono considerati 70/80 anni), l’entità dei risparmi.
Mi piace però sottolineare la presenza di altri aspetti positivi la cui importanza, a mio giudizio, è addirittura superiore al mero vantaggio economico in favore del singolo.
Mi riferisco al minor consumo di risorse ambientali, del cui risparmio beneficeranno le generazioni future.
Mi riferisco alla qualità della vita che, seppur riferita ai soli abitanti, è un vantaggio per la collettività. In queste case si vive meglio e ci si ammala di meno: temperatura ed umidità costanti, con ricambio di aria 24 ore su 24, tutto il giorno tutto l’anno.
Mi rendo conto che in Italia non si ha possibilità di sperimentare direttamente la vita in una casa come questa. Per questo io e la mia famiglia, a chi ce lo chiede, facciamo provare volentieri quest’esperienza.

Mi permetta una domanda diciamo così…un po’ più frivola. Da un punto di vista estetico come sono queste case?

Non ci sono differenze significative. Possono avere, in tutto e per tutto, lo stesso aspetto di edifici “normali”.

Un elemento che ne può condizionare, e che di solito ne condiziona, l’aspetto è quello legato alla necessità di avere forme compatte con pochi aggetti o sporgenze.

Tuttavia si tratta di un rischio che un buon architetto è in grado di superare agevolmente senza mai dimenticare, però, che si tratta di case la cui priorità è quella di risparmiare risorse ambientali.

Personalmente abbiamo optato per un design decisamente internazionale e non vernacolare, ma non per questo meno armonico con l’ambiente, privilegiando l’utilizzo di materiali ecologici, a basso impatto ambientale, riciclati o riciclabili.

Perché è importante dire che non tutte le case passive hanno questa caratteristica, che peraltro non è richiesta dallo standard.

Sono note le polemiche sorte, in varie occasioni pubbliche dove sono stati presentati edifici passivi, sull’uso (o abuso secondo alcuni) di materiali isolanti derivati dal petrolio (isolanti in EPS o XPS) impiegati (in grandi quantità) per l’isolamento termico di tali costruzioni.

Sono altrettanto note le polemiche relative a case cosiddette ecologiche, che poi consumano (sprecano) tantissima energia.

Noi abbiamo cercato un equilibrio in questo senso, considerando come il peso complessivo dell’edificio sull’ambiente vada valutato non solo con riferimento agli aspetti energetici ma in generale.

Il bilancio del peso ambientale del nostro progetto, calcolato da uno studio Life Cycle Assessment (valutazione del ciclo di vita) in corso di pubblicazione dimostra come la casa, realizzata sia con criteri di ridotto impatto ambientale che di azzeramento dei consumi di energia, abbia un impatto sull’ambiente a fine ciclo (cioè alla sua dismissione) praticamente nullo.

Debbo dire che questo è, forse, il dato che mi soddisfa maggiormente per il suo intrinseco valore “etico”. Un’esperienza positiva dunque sotto tutti i punti di vista?

Si, un’esperienza davvero positiva, la cui qualità non era prevedibile, o descrivibile, “a priori”.

Al di là di tutti gli aspetti tecnici, economici ed ambientali, ci si vive benissimo.

E questo non è un dato che può essere descritto da numeri, indici di consumo energetico o di emissioni CO2, valutazioni di impatto ambientale: si tratta di una dato “esperienziale”. Bisogna provare.

Ed il risultato è al di là di ogni esperienza già vissuta, proprio perché si tratta di edifici (ancora) unici.

Insomma solo pregi e nessun difetto.

Nulla è privo di difetti nella vita dell’uomo. Si tratta però di stilare un bilancio, se possibile ragionevole ed imparziale.

E nel nostro caso il bilancio ha un segno assolutamente positivo.


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