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“Non tocca a me fare la lotta alla camorra, ma solo raccontare i fatti”

 

di Irma Marano
Il premio il Premio Matilde Serao 2012, istituito nel 2001 per ricordare la figura della cofondatrice del Mattino – dallo stesso poi estromessa -, è stato attribuito quest’anno a Rosaria Capacchione, cronista dello stesso quotidiano, assurta ai blandi onori della cronaca internazionale perché più volte minacciata di morte dal clan dei casalesi. O meglio, perché velatamente minacciata nell’aula bunker di Poggio Reale.

Carinola – Correva l’anno 2008, giovedì 19 giugno, quando veniva emessa la sentenza in secondo grado di giudizio del processo Spartacus: confermati 16 ergastoli su 16, e i media internazionali presenti per immortale l’evento. Quello che fino ad allora era stato un processo rifilato, circoscritto alla provincia, improvvisamente suscita interesse: 11 telecamere e una settantina di giornalisti, nazionali ed internazionali.
Ad accendere i riflettori non solo il bestseller Gomorra, ma anche e soprattutto le arringhe degli avvocati della difesa che erano giunti ad appellarsi alla legge Cirami nel tentativo di spostare il processo in altro luogo, considerando una minaccia all’integrità di giudizio l’operato del pm Raffaele Cantone, della giornalista Rosaria Capacchione. e dello scrittore Roberto Saviano.

Premesso che il contesto era quello dell’aula di un tribunale – per cui le parole potevano essere considerate (e lo erano) del tutto fuor di luogo – ravvisare gli estremi della violazione dell’integrità di giudizio di una Corte, non solo nel normale operato di un pm, ma nell’attività di cronaca di due giornalisti ha del paradossale.
I giornalisti non fanno indagini, non incriminano i soggetti, i giornalisti raccontano i fatti. Ed i fatti, sono l’elemento centrale dell’operato di Rosaria Capacchione. Che chiarisce subito, “Non esiste il giornalismo d’inchiesta, tutto il giornalismo risponde alle domande: chi, come, quando, dove e perché. Dunque tutto il giornalismo, se fatto bene, è d’inchiesta”.

Oggi ha ricevuto il Premio Matilde Serao, che si va ad aggiungere agli altri innumerevoli premi che le sono stati assegnati negli ultimi anni, anche prima dei fatti del 2008. Matilde Serao è stata a cofondatrice de “Il Mattino”, il suo giornale…
Le dico subito, che non è per questo che ho scelto il giornalismo. Ho iniziato a fare giornalismo molto presto, a vent’anni. Ho appreso del il ruolo della Serao nel Mattino solo anni dopo. Sono giornalista perché mi piace.

Che differenza c’è tra mafia e camorra?
Nessuna. Io, infatti quando parlo del clan dei casalesi, ne parlo nei termini di mafia dei casalesi.

Qualche anno fa, ero all’estero, e nel rispondere alla domanda sulle due realtà criminale, commisi in errore, illustrando come transazionale del crimine una e multinazionale l’altra. Per descrivere i meccanismi di business che ci sono dietro e la differente percezione della radicalità territoriale. Io credevo di parlare per esperienza personale; cosa era stata la camorra nel mio contesto abitativo, e a me appariva piccolo – il clan dei muzzoni – anche quando sentivo parlare del loro periodo di massimo splendore. Poi approfondendo il tema, leggendo le indagini e anche libri come “L’oro della camorra” ho avuto un quadro più completo.
Sbaglia, è la sua prima sensazione quella giusta. Sono piccoli! Ed è così che vanno considerati, altrimenti si perde la dimensione della realtà. È la sensibilità personale ai temi sociali ciò che fa la differenza.
Ultimamente sono stata a Casal di Principe, mi sarei aspettata che delle 70 persone – che nell’aprile del 2010 – infilarono nell’urna elettorale una scheda votata da altri – e che poi sono stati identificati dalla magistratura – ammettessero di aver sbagliato. Ma non è stato così. E allora: teneteveli!

La settima scorsa la Ministra degli Interni, Anna Maria Cancellieri, ha proposto di rivedere in parte la Legge 109/96 in merito all’esclusivo affidamento a enti, associazioni e/o cooperative sociali i beni confiscati, avanzando l’ipotesi rimettere sul mercato, parte dei beni confiscati, attraverso aste pubbliche. Un modo per fare cassa, potremmo dire. Come giudica questa proposta?
Ci sono tantissimi beni confiscati alle organizzazioni criminali che non sono utilizzabili. Per ristrutturali necessiterebbero di risorse economiche maggiori del loro valore reale. E poi per farne cosa, un ennesimo centro multimediale? Se non servono abbattiamoli o mettiamoli all’asta. E se il figlio di Sandokan, per fare un esempio, decidesse di riacquistare la masseria abbandonata attraverso un prestanome, la magistratura farà il suo lavoro: lo risequestrerà!

Ma comunque, in qualche modo le istituzioni devono dare un segnale di presenza?
Parlare semplicemente di istituzioni è troppo aleatorio. La presenza dello Stato deve essere avvertita concretamente. Le faccio un esempio pratico. Oggi, la filiera dei caseifici posti sotto sequestro potrebbe essere addirittura più forte del Consorzio di Tutela della mozzarella.
Non lo è; il volontariato non basta. Siamo un Paese capitalistico, bisogna ragionare secondo le regole del capitalismo. La grande distribuzione ragiona in termini di qualità/prezzo. Lo Stato deve dar modo di scegliere.
Prevedere, per esempio, per i beni e i prodotti – realizzati nell’ambito della lotta e riutilizzo dei beni confiscati alla criminalità organizzata – degli sgravi fiscali o degli incentivi economici, per le aziende che scelgono questo tipo di fornitori. Basta parlare di sovvenzionamenti, è necessario innescare meccanismi nuovi.

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