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La triste stagione del populismo

 

di Roberto Bertoni
Mi capita sempre più spesso di considerarmi un superstite. Probabilmente, si tratta di una visione eccessiva, di un sentimento dettato dalla costante analisi degli eventi che hanno scandito l’ultimo decennio; fatto sta che credo sia un pensiero condiviso dai ragazzi di una generazione che è stata privata di ogni certezza e di ogni prospettiva e si ritrova, dieci anni dopo l’avvento della destra, a dover ricostruire sulle macerie di un’Europa, mai così divisa e litigiosa, e di un mondo dilaniati da conflitti d’ogni genere.

Ora che inequivocabilmente sta cambiando il vento e tutti sembrano accorgersi degli errori e degli orrori che sono stati compiuti in questa drammatica stagione, è il momento di tornare a progettare il futuro e di guardare avanti, anche se il tempo perduto è molto e gli indicatori economici remano tutti contro di noi.

Di fronte al declino dell’ideologia neo-liberista, c’è un solo errore che ai progressisti non verrebbe perdonato: quello di aver paura, di non osare, di rimanere arroccati nei vecchi schemi novecenteschi, spalancando così le porte ad ogni forma di populismo, di proclama demagogico, di ideologia xenofoba e razzista. Infatti, la nostra grande pecca, ancor più grave dell’aver rinunciato per almeno due decenni a proporre un vocabolario alternativo a quello dei conservatori, è stata proprio quella di aver costantemente sottovalutato gli avversari: è accaduto in Italia con Berlusconi, in Francia con Sarkozy, in Germania con la Merkel, in Gran Bretagna con Cameron e persino nei paesi scandinavi, un tempo santuari della socialdemocrazia ma da qualche anno vittime della prepotente affermazione di partiti e movimenti sulle cui idee è opportuno sorvolare.

Di sicuro la crisi non aiuta, di sicuro le scelte operate in questi anni dai governi sopra citati allontanano le persone dall’Europa e dai suoi valori, di sicuro in tempi di crisi è storicamente provato che è più difficile far accettare concetti come la solidarietà e l’accoglienza, ma sono al tempo stesso convinto che se abbiamo patito tante, dolorose sconfitte la responsabilità sia anche nostra e del nostro timore di presentarci per ciò che siamo veramente.

Quante volte siamo rimasti quasi inerti di fronte alle grida della Lega contro gli immigrati? Quante volte abbiamo permesso ai vari “celoduristi” padani di chiedere di cannoneggiare le imbarcazioni con a bordo i clandestini, di cacciare tutti gli stranieri o di varare ordinanze intollerabili in un Paese civile, senza rispondere con la dovuta fermezza “perché comunque la Lega è radicata sul territorio”? E ancora: quante volte ci siamo piegati al cospetto di neo-liberisti scatenati che predicavano il meno-Stato, come se avessimo il terrore di ribattere che le loro decisioni ci avrebbero condotto alla rovina poiché palesemente insostenibili a livello sociale?

Sbaglia, e in molti casi mente sapendo di mentire, chi sostiene che negli ultimi tre anni non ci sia stata una vera opposizione in Parlamento: l’opposizione c’è stata eccome, dentro e fuori le istituzioni, tanto che il Cavaliere è stato costretto a rassegnare anzitempo le dimissioni e – come ho già detto in altre circostanze – nessuno ha il diritto di insinuare che sia stato solo “merito” dello spread perché in quel caso non sarebbe affatto un merito e, soprattutto, perché non è giusto nei confronti dei milioni di italiani che si sono battuti attivamente ogni giorno per mandarlo via il prima possibile.

Come sbaglia, sia pur in buona fede, chi afferma che le forze progressiste in Italia siano state poco credibili perché hanno rinunciato ad essere “di sinistra”. Non ha senso, difatti, giudicare i partiti di oggi sulla base di princìpi del secolo scorso perché è cambiato il tipo di società, di economia, di relazioni umane ed è notevolmente mutato anche il panorama internazionale, compreso quello extra-europeo e, di recente, persino il mondo arabo.
Se abbiamo perso tanto terreno, a mio giudizio, è perché abbiamo minimizzato l’impatto emotivo e politico di certe dichiarazioni, sbagliando l’approccio e l’analisi sociologica dell’epoca e del contesto.

D’altronde, un altro dei nostri cedimenti ha riguardato la rassegnazione alla follia secondo la quale non c’è più bisogno di ideologie né tanto meno di analisi politiche, riflessioni, approfondimenti o di quelli che una volta venivano chiamati i “pensieri lunghi”.
Non possiamo riproporre i caposaldi di un secolo oramai superato e di un passato che non può tornare ma non possiamo nemmeno rinunciare a immaginare e a costruire, sulla base di un solido progetto, la società nella quale vorremmo vivere e quella nella quale vorremmo che vivessero un domani i nostri figli.
Probabilmente, stiamo uscendo dalla tragica stagione delle destre ma siamo all’apice di un periodo ancora più atroce: quello del populismo estremo che, come spesso accade, tenta di riempire il vuoto lasciato dai protagonisti della catastrofe in fuga e non ancora colmato da noi.

Impedirglielo è un dovere morale e civile, prim’ancora che politico, perché se la destra neo-liberista ci ha trascinato sull’orlo del baratro, la xenofobia di Marine Le Pen o gli ululati dei cialtroni nostrani potrebbero persino convincere i cittadini a rinunciare temporaneamente ai diritti democratici, attratti dal miraggio della guida sicura e di avere finalmente a che fare con “coloro che parlano chiaro”. Naturalmente, non sarebbero figure impresentabili ad assumere le redini del potere (e credo che non sia neanche tra le loro aspirazioni) ma senz’altro emergerebbe qualcuno più scaltro, più abile nel mimetizzarsi e nel travestirsi, capace di seppellire degnamente la democrazia suicida, sfruttando al meglio la breccia aperta dalle farneticazioni di imbonitori qualunquisti e il consenso popolare che gli verrebbe gentilmente consegnato in eredità. E sappiamo bene come vanno a finire queste storie: ne conosciamo il prezzo, la durata e le conseguenze.

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