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Da Reggio Emilia una domanda: le scelte sulla città si impongono o si condividono?

 

Da qualche mese a Reggio Emilia infuria la polemica. Attorno ai Musei Civici. Una buona notizia. Vuol dire che i musei sono sentiti come una parte viva della città. E poi discutere, scontrarsi anche duramente attorno a scelte culturali non è un lusso, ma un segno di coinvolgimento profondo, di interesse autentico al futuro della propria città. E di questo si tratta. La discussione è sulla ristrutturazione dei Musei Civici, un grande contenitore di memorie che sta proprio nel cuore del centro storico, in piazza Martiri del 7 luglio, di fianco al Teatro comunale intitolato a Romolo Valli e di fronte al Monumento ai Caduti della Resistenza. Il contenitore è il convento francescano di Reggio, fondato nel Duecento e trasformato nel Sette-Ottocento, in cui trovano spazio le più diverse collezioni. A cominciare dal Museo di Storia Naturale con le  raccolte di Lazzaro Spallanzani, acquistate dal Comune nel 1799, fino all’Ala nuova della Pinacoteca aperta nel 1995. Ma è importante elencare tutte le sezioni dei Civici Musei per capire la loro rilevanza nella città e quindi il senso dell’attuale discussione.

Dai ventidue armadi della collezione Spallanzani si passa al vasto Museo Chierici di Paletnologia, istituito nel 1862, con materiali dal Paleolitico agli etruschi, al Museo di Reggio in età romana, alla Galleria dei marmi che spazia dall’antichità al Settecento, alla Galleria Antonio Fontanesi  con una rassegna della pittura a Reggio dal Trecento al Novecento,  al Museo di Arte industriale, alle Nuove raccolte di preistoria e protostoria. Insomma un grande complesso museale, filologicamente “civico”, perché tutto quello che contiene, dai primi metalli agli oggetti industriali, proviene dalla città e dal suo territorio, è espressione della storia locale. E di reggiani sono i nomi che abbiamo fatto: don Gaetano Chierici, uno dei fondatori della paletnologia; il pittore Antonio Fontanesi; lo stesso Spallanzani, nato a Scandiano.

Un contenitore di storia patria a cui tutti sono legati. Come tutti sono d’accordo sulla necessità di un intervento per rinnovare, ristrutturare. Il problema non è se fare o non fare, ma che cosa fare, cioè come “riqualificare” i Musei civici. Se ne parla da anni a Reggio, e più di una giunta comunale se ne è occupata. Finché si è arrivati a un progetto. È su questo che si è accesa la discussione. Per iniziativa di un gruppo di cittadini, delle più diverse professioni – operatori culturali, docenti, studiosi, architetti – che si sono detti: ma il futuro dei Musei Civici non è un problema della città? Sono 45 reggiani, hanno aperto un Comitato degli Amici dei Musei Civici e scritto al sindaco mettendo in discussione il progetto ma soprattutto ponendo un problema di metodo, di percorso decisionale. A cominciare dalla comunicazione: il progetto, infatti, non è mai stato presentato ma solo illustrato dall’autore in occasione di una lectio magistralis.

Ma la ristrutturazione di un museo civico riguarda solo la direzione e l’amministrazione comunale? o riguarda anche la cittadinanza? Perché una separatezza su un  tema del genere, che tocca un bene collettivo come il luogo della memoria della città? Il progetto non ci convince – dicono i 45 – per l’idea di museo-spettacolo che propone, e per una serie di soluzioni (dall’inutile e costoso ammasso di alti funghi in acciaio specchiante alle sale trasformate in caverne e altre stranezze), ma la questione di fondo è quella della condivisione. Un progetto di ristrutturazione del museo della città deve essere o no condiviso con la cittadinanza? È una domanda che va ben al di là di Reggio Emilia: in ballo è il rapporto tra i cittadini e le istituzioni nel modellare la città. In un luogo che non piace non si va volentieri. E i funghi non piacciono ai tre quarti dei reggiani, secondo un sondaggio on line della Gazzetta di Reggio. Intanto la questione da reggiana è diventata nazionale con un appello promosso dal Comitato per la bellezza e firmato, tra gli altri, da Salvatore Settis, Alberto Asor Rosa, Vittorio Emiliani, Pierluigi Cervellati, Vezio de Lucia, Cesare de Seta, Luigi Manconi, Tomaso Montanari.

Qualcuno ha avuto il buon gusto di definirli “intellettuali reazionari”. Un gioco troppo facile. Qui non ci sono amanti della polvere sulle antiche vetrine, non ci sono conservatori da una parte e innovatori dall’altra. I partiti si sono ormai buttati nella mischia ma questo era prevedibile e di nessun interesse. I 45 di Reggio, invece, non la buttano in politica, pongono solo una domanda che non si può eludere: un intervento di rilievo come  la ristrutturazione di un museo civico si impone dall’alto o si condivide con la cittadinanza?

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