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Capaci vent’anni fa. Domande ed attese. Verità e Giustizia

 

Quando la sera del 23 maggio1992, miarrivò come un fulmine estivo la notizia dell’attentato a Capaci non ero proprio un giovane cronista: Inviato Speciale già da 4 anni, giornalista da 15 anni,la Guerra del Golfo alle spalle, Baghdad, i missili Cruise,le notti insonni della guerra, gli orrori dei crateri grandi come coni vulcanici, le case sventrate come a Beirut… Eppure l’angoscia che mi prese quando, poco dopo, mi giunse la notizia della morte di  Falcone, mi riportava indietro negli anni, alle paure del giovane cronista che si trovava davanti a fatti più grandi della sua capacità di “sangue freddo”, come durante il terrorismo degli anni ’70 o l’incendio del Cinema Statuto a Torino o la prima raffica di mitra che ti sparano a fianco delle orecchie per intimarti l’alt ad un posto di blocco in Iraq. Quando il sangue freddo va a farsi benedire e dentro  la testa  si sente il sangue battere le tempie, a martello. Ero a Milano,per una inchiesta sulla mafia dei colletti bianchi, coordinata da Roberto Morrione: mollai tutto, corsi all’aeroporto ed ebbi la “fortuna” di salire su un aereo che partì per Palermo quasi subito. Arrivai a Capaci con il buio, ma  il tassista, che mi lasciò un kilometro prima del luogo dell’attentato, mi disse di andare a piedi, bastava che seguissi quella grande luce che abbagliava il cielo: erano le cellule fotoelettriche dei Vigile del Fuoco, i crateri erano illuminati come di giorno, sulle macchine di Falcone e su un’altra coinvolta nell’incidente, c’erano dei teli mimetici, la polizia inveiva contro tutti quelli che si avvicinavano, ,soprattutto al cratere sul lato della strada dove era possibile vedere i pezzi dell’automobile della scorta, quasi disintegrata, con i pezzi del motore sparsi nell’uliveto.

C’era un silenzio irreale, rotto solo dalle grida,saltuarie di qualcuno che non capivo se urlava degli ordini o per il dolore. Io ero un automa che camminava sudando, senza accorgersi molto di quello che pestavo;pietre, pezzi di asfalto, cemento, terra, tanta terra rossiccia,ancora polvere per aria,in un odore acre, che non avevo mai sentito,perché univa quello della terra,dell’esplosivo ed un dolciastro mandorlato che risentii solo anni dopo, in Kossovo, dopo un incendio provocato da una bomba che aveva bruciato delle persone…Mi feci solo una domanda: era chiara la mano della mafia,ma la curiosità del giornalista mi spinse a scrutare nella notte per cercare di capire da dove potessero aver pigiato il telecomando . Solo un paio di giorni dopo vidi quella casupola sulla collina,bianca, me la indicò,per caso un collega che gesticolava parlando con un agente di polizia in borghese.                                                    Capii che nulla sarebbe stato come prima, dopo Capaci,perché quell’attentato era troppo eclatante ed importante per finire come la morte di Chinnici o di Costa.

Avevano colpito il cuore dello Stato, altro che BR…quel del 23 maggio 1992;   20 anni fa,a Capaci, l’Italia si fermò,colpita al cuore e quella sera, sinceramente, mi chiesi se ,questa volta, la risposta sarebbe stata adeguata alla portata di quell’attentato. Un dubbio che mi rimase,sino ai funerali nella basilica di San Domenico,due giorni dopo. Solo davanti a quella mobilitazione rabbiosa capii che la potenza della risposta popolare sarebbe stata più forte dei 500 kili di tritolo ed esplosivo  che avevano fatto  saltare per aria Giovanni Falcone,la moglie Francesca Morvilloe gli agenti della scorta Vito Schifani,Rocco Dicillo ed Antonio Montinaro.

Cosa Nostra l’aveva preparato bene quell’attentato,l’artificiere Pietro Rampulla aveva raccolto  l’esplosivo,arrivato anche coi pescherecci perché non bastava quello dei loro depositi;tritolo messo dentro il canale di scarico delle acque sotto l’autostrada dall’aeroporto di Punta Raisi. Doveva essere “l’attentatuni”, perché Falcone poteva essere ammazzato anche a Roma:ma Riina e compari volevano lanciare l’attacco allo Stato e a chi,come i magistrati di Palermo, aveva osato mandare in galera,con sentenza definitiva, la cupola di Cosa Nostra. E l’attentato doveva fare rumore, essere un vero simbolo di forza e potenza criminale per intimorire le Istituzioni che,in quel momento di grande cambiamento e sommovimento politico, apparivano più deboli che in passato.

Giovanni Brusca, premette il telecomando, a nome loro:ma loro chi? Era solo Cosa Nostra a manovrare ed organizzare? Probabilmente si, anche se i processi si sono fermati ai mandanti della Cupola ed agli esecutori. Ma se è vero che la vicenda della trattativa aperta tra  pezzi dello Stato e mafia in quel 1992-93 hafatto riaprire anche le indagini sull’attentato fallito all’Addaura contro Falcone e Carla del Ponte nel 1989 per scoprire finalmente  chi fossero le “menti sopraffine” intuite da Falcone dietro quell’attentato; se è vero che  si è riaperto il processo per la Strage di Via D’Amelio del 19 luglio 1992 nel quale morirono Borsellino e la sua scorta,perché il collaboratore Gaspare Spatuzza ha fatto scoprire il depistaggio che aveva portato alla condanna di persone  che erano innocenti,ma che dovevano farsi incolpare per coprire i veri mandanti. Se tutto questo è avvenuto, è lecito chiedersi se anche dietro la strage di Capaci non ci fossero altri soggetti e “menti sopraffine” per organizzare o,almeno, lasciar fare alla cupola di cosa nostra l’”attentatuni” che doveva servire a sconvolgere e destabilizzare l’Italia.

La mafia voleva quel giorno scalare il potere vero; per questo fu una strage simbolica, per intimorire chi chiedeva cambiamenti veri e profondi nella società italiana, chi chiedeva giustizia e democrazia,verità sulle stragi e sulle collusioni che in vent’anni avevano insanguinato le strade di Palermo e d’Italia, le ferrovie e le stazioni  italiane,i tribunali e le istituzioni italiane. Complicità di pensiero e d’azione, dalla strage di Portella delle Ginestre in poi, stragi senza nomi e cognomi di autori ed organizzatori.

Come sempre mentre si sgretolava il sistema  politico ,della cosiddetta prima repubblica, con il quale la mafia era convissuta e fatto affari e mentre la speranza di cambiamento era più forte, la Cupola lanciava domande che restavano  senza risposta… Orfani del passato,alla ricerca di nuovi referenti politici, facevano sentire la propria potenza di fuoco. Con complicità evidenti. Chi aveva avvertito  il commando di fuoco dell’arrivo di Falcone e della moglie Francesca Morvillo a Palermo, proprio quel 23 maggio?   Chi aveva fatto sapere che il viaggio era  programmato per quel periodo dando la possibilità ai mafiosi di portare l’esplosivo e di collocarlo  sotto l’autostrada? E poi tornano  in vigore altre domande inevase e senza risposta sin dal 23 maggio 1992: chi chiamò al telefono negli Stati Uniti uno dei componenti del commando pochi minuti prima di premere il telecomando? E chi c’era a bordo di quell’aereo privato che passa sopra l’autostrada da Punta Raisi a Palermo poco prima del corteo di auto di Falcone e del quale  l’aeroporto di Palermo non ha mai fornito il piano di volo dichiarando l’aereo sconosciuto? Se l’Aeronautica Militare  non si è alzata in volo per controllarlo, significa che quell’aereo apparteneva a qualcuno che doveva restare segretamente in volo  in quei momenti? Era collegato all’arrivo di Falcone ? I Servizi Segreti italiani cosa sanno di quell’aereo? Vogliamo sperare che fosse una coincidenza, ma se così fosse perché non rivelare chi viaggiava a bordo di quel velivolo?

Chi sa parli,chi era in trattativa con la mafia,dopo 20anni prenda carta, penna e computer e  scriva, dica , spieghi. L’Italia e le famiglie delle vittime soprattutto, hanno diritto a conoscere, sapere.

Verità e Giustizia:20 anni dopo i familiari delle vittime la continuano a chiedere, perché di quel 1992-1993 di bombe e morti  si sa quasi tutto,meno quello che conta. Ci furono mandanti e teste pensanti anche negli apparati dello Stato? Quali complicità ed a che livello? Senza una risposta chiara a questa domanda non c’è possibilità di chiudere quel capitolo.  La storia giudica gli atti di oggi, come quelli di ieri: non sarà più tollerabile che per aspettare  una verità storico-giudiziaria bisogna attendere  più di 60 anni come accaduto a Placido Rizzotto,il cui funerale di Stato avviene  oggi a Corleone,per riparare  mezzo secolo di silenzi, fango e violenze mafiose.

Sessantaquattro anni di attesa per Rizzotto, vent’anni per Falcone e Borsellino, destini diversi nella storia, tragedie simili per persone morte per un po’ di giustizia : gli anni passati sono tanti, ma  oggi le attese di cambiamento, le  delusioni e le voglie di riscatto sono ancora  lì, nei cuori e nelle teste di milioni di persone, le cui speranze camminano ,ancora oggi, con le gambe di Falcone e Borsellino. E magari su quelle di Placido Rizzotto e dei 47 sindacalisti e capi del movimento contadino  uccisi dalla mafia nel dopoguerra siciliano.

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